checco zalone

«Tolo Tolo» e il legittimo desiderio di poesia del comico

Esiste anche per i comici il diritto di togliersi la casacca da battutista e di esprimere una propria poetica. Nel suo nuovo film, Luca Medici rivendica il diritto a sognare

di Cristina Battocletti


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2' di lettura

Esiste il diritto anche per i comici di togliersi la casacca da battutisti e di esprimere, senza snaturarsi, una propria poetica. Checco Zalone, nome d’arte per Luca Medici, nel suo Tolo Tolo rivendica il diritto a sognare.Nei panni ottusi e ignoranti del protagonista Pierfrancesco Zalone questo diritto si traduce in un desiderio di successo economico esentasse. Ma nella testa di Medici si trasforma nella realizzazione di un film onirico, a tratti felliniano (le riprese del camion carico di migranti), fiabesco nella scelta dei compagni di avventure (il cameriere intellettuale, la combattente dagli occhi di fiera, il bambino con cui instaura l’intesa immediata dei cuccioli).

Medici ha potuto esercitare il diritto al sogno firmando la regia del suo quinto film, nonostante i precedenti quattro, diretti da Gennaro Nunziante, lo avessero portato ai vertici di incassi (Sole a Catinelle nel 2013 con oltre 8 milioni di spettatori e Quo vado nel 2016 con oltre 9 milioni). Nunziante però lo avrebbe tenuto sui binari ferrei della commedia fescennina, senza le licenze (anche di animazione) che Medici si è permesso in Tolo Tolo.

Forse, conoscendo le insidie in cui può cadere un one man band come lui (cantautore, comico, attore, etc, etc), e in cui ogni tanto è caduto senza grossi danni, il comico pugliese ha avuto l’intelligenza di prendere accanto a sé come sceneggiatore Paolo Virzì, che ha rafforzato le gag in un canovaccio che amalgama cinismo, malinconia e tragedia, ingredienti fondamentali della commedia all’italiana.

Così nella vicenda dell’imprenditore murgese che mette in piedi un sushibar con i soldi della famiglia e scappa in Africa lasciando loro i debiti quando il ristorante fallisce, c’è sì l’amatissima maschera zaloniana dell’uomo medio italico, il cui più grande rimorso è di aver pagato le tasse in tempo, ma c’è anche la liberazione dalla prigionia della risata a tutti i costi. Zalone non manca di essere orgogliosamente maschilista, becero, privo di ogni senso della misura nel mettere i suoi bisogni (la creme antiocchiaie, i vestiti firmati) davanti alla sopravvivenza degli umiliati e offesi, che la sua corrosività per altro non risparmia.

Gli africani sono migliori di Checco, ma anche loro possono tradire e rubare perché sono umani, non perché sono neri. Medici dileggia la politica, dalla boria sinistrorsa - memorabile il cameo di Nichi Vendola (bravo!) -, alla destra fanfarona e nostalgica del fascismo, paragonato a un attacco di candida, all’homo novus che da aspirante barista diventa primo ministro . Come ha già fatto con i meridionali e gli antimeridionalisti (Cado dalle nubi, 2009 e Quo vado), e altri temi urticanti come l’estremismo terrorista (Che bella giornata, 2011) e l’omofobia.

Ha poi preso in giro tutti diffondendo un trailer che ha solleticato i filosalviniani e delle cui scene non c’è traccia nel film. Il film ha esordito il primo gennaio con l’incasso record di 8,7 milioni di euro con 1.174.285 spettatori. Può darsi che non tenga questo ritmo, perché si sta già diffondendo la voce che «fa meno ridere». Ma Zalone ha vinto: si è portato a casa il plauso della critica più severa che lo aveva sempre snobbato ed è uscito dal macchiettismo esasperato per rispettare il suo desiderio di «sognare».

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