Cinema e Media

«Tolo Tolo» sbanca il botteghino del 2020

In un solo giorno il nuovo film di Checco Zalone, nelle sale da ieri, ha sfiorato gli 8,7 milioni di euro, con 1.174.285 spettatori

di Cristina Battocletti


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3' di lettura

Ce l’ha fatta sotto il naso di nuovo, Checco Zalone. Molti giorni prima che il suo quinto film, Tolo Tolo, che lo vede esordire alla regia, andasse in sala, solamente grazie ad un trailer montato ad arte, ha fatto scrivere lenzuolate sui giornali e sui social.

E, nonostante, e anzi, forse grazie alle accuse di razzismo, Tolo Tolo si è confermato un evento, anzi, uno squassabotteghino senza precedenti . Ieri, primo giorno di programmazione, ha sfiorato gli 8,7 milioni di euro, con 1.174.285 spettatori, diventando il film con il maggior incasso di sempre nella storia del cinema italiano nelle prime ventiquattro ore di programmazione e battendo il precedente record di Quo Vado (7,3 milioni).

Il film, prodotto dalla Taodue e distribuito da Medusa, vede come protagonista Checco Zalone (nome d’arte di Luca Medici) , imprenditore fallito, che per sfuggire ai creditori si rifugia in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un villaggio turistico in Kenya.

Quando scoppia la guerra civile e scopre che nessuno dei parenti italiani è disposto ad aiutarlo, Checco è costretto a tornare in Italia percorrendo le rotte della speranza come tanti africani, di cui è vicino di casa.

“Il nuovo film di Checco Zalone sugli italiani e l'immigrazione”

“Il nuovo film di Checco Zalone sugli italiani e l'immigrazione”

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Zalone è stato un genio del marketing, a cominciare dal confezionamento del trailer. Da quelle poche immagini, sul tappeto della celentanissima canzone Immigrato (una delle hit più ascoltate del momento), ha attirato al cinema un pubblico insofferente sulla questione degli sbarchi , desideroso di una politica più favorevole al popolo italiano.

Nell’immagine in cui si esprime sul balcone di casa nelle movenze farsesche che ricordano quelle del duce, ha fatto invece capire di volere beffare anche la parte più destrorsa, richiamando un pubblico di sinistra.

Con un colpo di genio, poi, ha fatto originare tutte le sue sventure dal rifiuto del reddito di cittadinanza, accontentando il pubblico allergico al Movimento 5 stelle e chi è invece a favore, visto che proprio a causa di quel mancato aiuto economico il protagonista deve fuggire in Africa.

Poi ci sono i suoi fan di sempre, che lo andrebbero a vedere anche se girasse una tragedia. È lo zoccolo duro che è andato al cinema per tutti i suoi film, facendo esplodere le classifiche delle presenze con Sole a Catinelle nel 2013 (oltre 8 milioni di spettatori) e Quo vado nel 2016 (oltre 9 milioni).

Messo da parte Gennaro Nunziante, regista dei suoi precedenti film («Ma ci ritroveremo», promette dalle colonne del Corriere della Sera ad Aldo Cazzullo in una intervista semiseria), Checco Zalone ha dimostrato di saper usare la macchina da presa con una buona sceneggiatura, scritta dallo stesso Zalone con Paolo Virzì. Così si è portato a casa anche il consenso della critica più severa, che in passato aveva guardato i suoi film come dei semplici riempi-cinema. Natalia Aspesi su «Repubblica» ha spiegato come in Tolo tolo in realtà i buoni, i morali siano gli africani; Paolo Mereghetti sul «Corriere» lo ha paragonato al miglior Alberto Sordi.

Razzista a chi? si è subito difeso Zalone. E ha ragione, perché  non si è mai fatto problemi a prendere per i fondelli nessuno. Bisogna aver fegato a fare il verso a una star come Jovanotti, estremizzando la mielosità dei temi cari all’ex disc jockey ed esasperando la esse pastosa con il cantante lì davanti a inghiottire ridendo.

Lo ha fatto anche con la politica, prendendo in giro allo stesso modo Nichi Vendola, allora presidente della sua Regione, la Puglia, che appariva però meno divertito di Jovanotti.

Ha dileggiato gli antimeridionalisti e i meridionali, senza tralasciare gli omofobi in Cado dalle nubi (2009), l’estremismo terrorista in Che bella giornata (2011), i massoni, la “riccanza” di destra e il pauperismo di sinistra in Sole a catinelle (2013), l’idolatria del posto fisso e il mito del welfare nordico in Quo vado (2016). E oggi non ha avuto paura di affrontare da entrambi i punti di vista, l’argomento più spinoso di questi anni, l’accoglienza degli immigrati. La sentenza sta ora agli spettatori. Ci sono più di 1200 cinema in cui si possono fare un’idea.

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