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Tonfo del petrolio, ma l’allarme su Iran e Venezuela non si è spento

di Sissi Bellomo


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1' di lettura

Scivolone del petrolio, proprio nella giornata che segna la stretta delle sanzioni Usa contro l’Iran e mentre la situazione in Venezuela continua ad essere molto tesa, dopo il tentativo di golpe. Le quotazioni del barile sono arrivate a perdere il 4% nel corso della seduta e il Brent ha toccato un minimo di 68,68 dollari, recuperando solo in parte le perdite in chiusura.

Il mercato senz’altro ha già scontato la potenziale perdita di forniture da Teheran, ora che nessuno può più importare greggio iraniano senza rischiare ritorsioni da Washington.

Il quadro dei fondamentali fatica comunque a giustificare il crollo dei prezzi, anche tenuto conto del forte aumento delle scorte di greggio negli Usa (ben 9,9 milioni di barili) comunicato il 1° maggio, quando gran parte degli operatori europei erano assenti per la festività.

Più probabile che l’accumulo di scorte, insieme all’intervento della Fed, abbiano dato lo spunto per correggere – all’avvio di un nuovo trimestre – l’e sposizione ormai eccessivamente rialzista degli speculatori sui mercati petroliferi.

La posizione netta lunga (all’acquisto) dei fondi è cresciuta per 15 settimane consecutive, fino a raggiungere livelli simili a quelli dello scorso ottobre, quando il petrolio all’improvviso aveva cambiato rotta per crollare da un picco di 85 dollari a a circa 50 $ a fine anno.

Sul greggio in particolare, fa notare John Kemp, analista di Reuters, al 23 aprile c’erano 11 posizioni lunghe per ogni posizione corta: uno squilibrio più che sufficiente a destabilizzare il mercato.

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