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Toni Morrison, coscienza d’America

Antirazzista e femminista, spaziando dal '600 all'oggi senza smettere di interrogare il presente, ha dato vita a un'epopea degli schiavi e dei loro discendenti tanto più importante quanto la loro memoria è stata cancellata

di Lara Ricci


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Toni Morrison era nata il 18 febbraio del 1931 a Lorain, nell’Ohio, seconda di quattro fratelli di una famiglia operaia. Tutti i libri di Morrison sono pubblicati da Frassinelli e una parte sono stati raccolti nel meridiano Mondadori a cura di Alessandro Portelli, con uno scritto di Marisa Bulgheroni, traduzioni di Franca Cavagnoli, Silvia Fornasiero, Chiara Spallino Rocca

7' di lettura

Tutti noi «ci sentimmo così integri dopo esserci ripuliti su di lei. Eravamo così belli avendo cavalcato la sua bruttezza (...) affilavamo il nostro io su di lei, puntellavamo i nostri ruoli con la sua fragilità (...) Ed era solo una fantasia, perché non eravamo abbastanza forti, ma solo aggressivi: non eravamo liberi, ma solo privilegiati, non misericordiosi, ma educati, non buoni, ma ben educati. Corteggiavamo la morte per poterci definire coraggiosi, e ci nascondevamo alla vita come ladri». Queste parole, così ricche di risonanze contemporanee, Toni Morrison le scrisse alla fine degli anni 60 sul tavolo della sua cucina di madre divorziata di due bambini piccoli. Si era da poco trasferita a Syracuse, nello stato di New York, dopo aver ottenuto un lavoro come redattrice nella divisione di editoria scolastica della Random House.

La bruttezza è quella della piccola Pecola Breedlove, personaggio del suo libro d’esordio, The bluest eye (L’occhio più azzurro, nell’edizione Frassinelli, L’occhio più blu, nel Meridiano Mondadori), del 1970. Morrison ha appena descritto che ne è stato della ragazzina afroamericana che aspettava un figlio dal proprio padre e sognava ossessivamente di avere grandi occhi blu che la rendessero degna di essere amata, occhioni davanti a cui nessuno potesse fare cose brutte: Pecola - dalla nascita prematura del bambino, dalla sua morte - colpisce l’aria con gesti da uccellino costretto a terra. Gesti via via ridotti «a un semplice arrancare tra cerchioni di ruota e girasoli, tra bottiglie di Coca Cola ed euforbie, tra tutti gli scarti e la bellezza del mondo - quel che lei stessa era diventata (...)». La voce narrante è un’altra ragazzina nera che isola Pecola, come tutti del resto, e odia e poi ama le coetanee bianche per «l’incantesimo che tessevano sugli altri», per la «delicatezza possessiva» delle donne nere quando le tenevano in braccio.

In questo romanzo, scritto dopo un’esperienza di insegnamento alla Howard University, l’università per afroamericani dove nel 1953 si era laureata in letteratura e aveva sperimentato come gli studenti si suddividessero in base all’intensità di nero della pelle, quella scala di toni sempre più chiari che saliva di pari passo con la classe sociale, ci sono già molti dei temi che si ritrovano nei suoi testi successivi. Temi intrecciati gli uni dentro gli altri, come le domande, che ne aprono di nuove.

Il topos ricorrente della «linea del colore», le gradazioni di grigio, appunto, che richiama quello del disgusto di sé, spesso mascherato da colpa altrui, lo troviamo per esempio in Sula (1973) o Home (2013), o anche nell’ultimo lavoro narrativo, Prima i bambini (2015, tutti editi da Frassinelli), storia di una bellissima ragazza afroamericana la cui mamma è inorridita quando l’hanno tirata fuori dalle sue gambe - «era così nera da farmi paura» - e il cui padre, anche lui come la madre piuttosto chiaro, le ha abbandonate entrambe, sentendosi tradito.

Un soggettoche a sua volta si porta dietro una riflessione sull’importanza politica di un canone estetico proprio per un popolo, quello dei discendenti degli schiavi, costretto a vivere nel Paese degli «uguali ma separati», della segregazione razziale, che li considerava inferiori, brutti, indegni. E che va a toccare quello dell’alienazione, caro a Morrison. Specializzatasi alla Cornell University con una tesi su Virginia Woolf e William Faulkner centrata sul tema del suicidio, lo riteneva «il tema centrale» della narrativa del ’900.

Questo argomento chiama in causa in modo non banale non solo la relazione tra politica ed estetica, ma anche quella tra etica ed estetica: «I Breedlove non vivevano in un negozio per via di difficoltà temporanee dovute ai tagli della manodopera in fabbrica. Vivevano lì perché erano poveri e neri, e vi restavano perché pensavano di essere brutti».

Questa grandissima scrittrice, prima donna nera a vincere il Nobel per la Letteratura, nel 1993, era infatti consapevole dell’effetto di sottomissione e colpevolizzazione che la cultura e i canoni estetici dei dominatori bianchi producevano sulla popolazione nera, resa ulteriormente fragile perché privata di una memoria e di un sapere dalla deportazione, dalla vendita dei figli, dalla cancellazione dei nomi, dei paesi e delle lingue d’origine conseguente alla riduzione in schiavitù.

«Ritengo che l’arte migliore sia politica, e che si debba riuscire a renderla al contempo indubbiamente politica e irrevocabilmente bella» ha affermato Morrison nel saggio Rootedness: The Ancestor as Foundation del 1984. L’intellettuale di Lorain, nell’Ohio, ha sempre rivendicato e difeso l’importanza politica dell’opera letteraria e dunque l’impegno per la sua gente in un’epoca in cui il solo fatto che l’autore o il suo personaggio avessero la pelle nera condannava il loro romanzo a un’analisi esclusivamente politica del suo valore. E in cui era diffusa l’idea che la politica inquinasse la produzione estetica e che la grande letteratura non potesse essere impegnata, tesi che riscuote ancora consensi. Eppure era una convinzione che «non apparteneva a Chaucer, a Dante, a Catullo, a Sofocle o a Shakespeare» sottolinea con ironia sorniona Morrison, docente a Berkeley, Harvard, Yale e Princeton, nella prefazione vintage all’edizione di Sula.

«Quando ho iniziato - ha dichiarato in un’intervista all’Observer - c’era una sola cosa di cui volevo scrivere, e cioè la vera devastazione che provoca il razzismo sulle persone più vulnerabili, sull’unità più indifesa della società, la donna nera e il suo bambino». E così ha fatto, diventando anche, con la sua analisi lucidissima degli effetti della discriminazione e dell’oppressione degli uomini sulle donne, un pilastro - non ancora consolidato - del femminismo.

«Se quando scrivo romanzi, non parlo del villaggio, della comunità o di voi, allora non parlo di niente» aggiungerà l’autrice, seconda di quattro fratelli nati in una famiglia operaia originaria del midwest. Rispetto a Virginia Woolf, che ritiene che la consapevolezza di sé si raggiunga nell’isolamento, Morrison sostiene la tesi opposta di Faulkner: i personaggi hanno bisogno della comunità che li circonda per imparare a conoscere sé stessi. Ma la comunità dei discendenti degli schiavi, senza più storia né identità - dopo la tratta veniva cambiato anche il nome, e la separazione dei figli, presto venduti, dai genitori, faceva sì che lingue e culture, anche solo la conoscenza del paese d’origine si perdessero nel giro di una o due generazioni - è una comunità sradicata dalla violenza dei bianchi.

La consapevolezza della necessità di un immaginario comune nel quale gli afroamericani si potessero ritrovare, di un’estetica, di una storia, di una cultura - un tema centrale che ancora impegna gli autori di origine africana, da Margo Jefferson a Paul Beatty, fino alla giovane Yaa Gyasi - è precoce e profonda in questa scrittrice guerriera che ha speso tutta la vita a combattere il razzismo e i suoi effetti.

Morrison si è impegnata dunque meticolosamente, durante il suo quasi ventennale impiego alla Random House, a recuperare le origini del suo popolo valorizzando gli autori afroamericani - tra cui Gayl Jones, Toni Cade Bambara, Angela Davis e Muhammad Alì - ma anche africani, in particolare i nigeriani Chinua Achebe e Wole Soyinka; e attraverso un certosino lavoro di ricerca, studio e riformulazione delle slave narratives, i racconti degli schiavi; di raccolta degli articoli di giornale, delle canzoni, dei rituali che confluirà in parte nel Black Book, (1974) un’antologia di documenti su trecento anni di vita afroamericana da lei curata.

Ma soprattutto - anche a partire da questi documenti - si dedicherà a costruirlo, questo immaginario afroamericano, tramite la sua straordinaria opera narrativa, i suoi undici romanzi (che in italiano hanno quasi sempre l’intensissima voce di Franca Cavagnoli). Perché «io sono tutto quello cui sono sopravvissuta», scriverà sulla quarta di copertina, non firmata, del Black Book.

L’intero arco della vita dei neri sul continente è raccontato. Dalla fine del ’600 di Il dono (2008), in cui nella Virginia dilaniata da controversie religiose e politiche Morrison dà voce agli afroamericani, ai nativi e alle migliaia di immigrati, schiavi a contratto indebitatisi per poter fuggire dalla povertà dei Paesi di origine e costretti a lavorare senza stipendio a Beloved (1987), ispirato alla storia vera di Margaret Garner, una schiava fuggitiva che quando si rende conto che sta per essere catturata uccide la figlia. Un testo da molti considerato il suo capolavoro e che è parte di una trilogia che con Jazz (1992) e Paradise (1998) si estende dalla guerra di secessione ai diritti civili. Per arrivare fino a Prima i bambini, l’unico romanzo ambientato ai giorni nostri.

Del resto Il Canto di Solomon porta in esergo un’invocazione quanto mai significativa : «Possano i padri alzarsi in volo / E i figli conoscere il proprio nome». Scritto nel 1977 e premiato con il National Book Critics Circle Award, questo romanzo riprende una storia che Morrison ascoltò da bambina: quella dell’africano volante, uno schiavo fuggito dalle catene e tornato volando in Africa. Una leggenda youruba divenuta parte del folklore afroamericano attraverso cui l’autrice restituisce «un grande affresco corale nel quale il mito si fonde con la storia, illuminandola» (scrive Chiara Spallino Rocca nel Meridiano Mondadori).

Anche la lingua, lirica e incantatoria, è il raffinatissimo lavoro di recupero della tradizione afroamericana orale. E non solo di quella orale, anche di quella musicale: Jazz tenta di inglobare nella narrativa l’estetica della musica nera. Di fare «un libro che non si legge ma si ascolta», come Morrison stessa dirà. Un romanzo che «non ha un accordo finale» e che dunque «lascia gli ascoltatori appollaiati sul bordo della sedia. C’è sempre qualcosa che vorresti da quella musica. E io voglio che i miei libri siano così».

Alla sua morte, lunedì 5 agosto in un ospedale del Bronx, Barack Obama l’ha definita «un tesoro nazionale». Ha affermato che la scrittura di Morrison è «una sfida bellissima e piena di significato alla nostra coscienza e alla nostra immaginazione morale».

Imponente e regale, questa autrice di umili origini ha impersonato la coscienza dell’America, un’America bianca e nera, fondata sulla schiavitù. È stata per gli Stati Uniti come Níkos Kazantzákis - con il suo immenso lavoro, isola per isola, di recupero di dialetti e tradizioni travolti dalla modernità e culminato nell’Odissea, monumentale poema di 33.333 versi - è stato per la Grecia. Come Chinua Achebe è stato per la Nigeria sgretolata dalla colonizzazione. Aedi contemporanei, custodi di una memoria viva. Non una prigione di fatti, ma un motore immobile di idee e di vissuti, una fonte di conoscenza che si rinnova a ogni epoca. Grandi classici di un millennio che scompare a velocità inaudita.

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