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Toninelli cambia idea sulla revoca ad Autostrade: «Non abbiamo deciso»

di Francesco Prisco

Toninelli: «Revocheremo la concessione ad Autostrade»

3' di lettura

«Il saggio dubita spesso e cambia idea», pare abbia detto il faraone Akhenaton. Qualcuno, 3.300 anni più tardi, deve averlo preso troppo alla lettera. Si chiama Danilo Toninelli, fa il ministro di Infrastrutture e trasporti e, a quanto pare, cambia idea con acrobatica disinvoltura. Ma forse non è neanche colpa sua. Forse è colpa della sorte che gli ha riservato grandi onori (il dicastero) e ancor più grandi oneri, vedi la tragedia del ponte di Genova. Sul cui tema è tornato oggi e - manco a dirlo - cambiando idea: «Non abbiamo ancora deciso sulla concessione», ha detto il Toninelli parlando di Autostrade a Radio 24.

GUARDA IL VIDEO. Toninelli: «Non revochiamo ancora la concessione»

La lunga attesa dei pareri tecnici
«Stiamo aspettando i pareri tecnici. Ma abbiamo inserito - ha continuato il ministro - una norma che prevede un vaglio di legittimità preventivo dell’avvocatura dello Stato sulle decisioni che vengono poi prese dai funzionari pubblici in merito alla revoca delle concessioni. Questo perché i colossi delle concessioni autostradali hanno degli studi legali che pagano molto di più di quanto costa il mio ministero e andrebbero a rivalersi direttamente nei confronti del funzionario pubblico per danno erariale nel momento in cui - ha concluso Toninelli - questo decidesse di ritirare la concessione».

GUARDA IL VIDEO / Toninelli: «Revocheremo la concessione ad Autostrade»

Quando il ministro disse: «I vertici di Autostrade devono dimettersi»
E dire che il 15 agosto 2018, quando non erano «passate nemmeno 24 ore dalla tragedia», l’illustre esponente pentastellato dell’esecutivo rimarcava su Facebook: «I vertici di Autostrade per l’Italia devono dimettersi prima di tutto. E visto che ci sono state gravi inadempienze, annuncio fin da ora che abbiamo attivato tutte le procedure per l’eventuale revoca delle concessioni, e per comminare multe fino a 150 milioni di euro. Se non sono capaci di gestire le nostre Autostrade, lo farà lo Stato». Il tema tanto caro gli fu al ministro di Soresina che, parlando a caldissimo del disastro di Genova, spiegò: «Non vogliamo solo rifare velocemente il ponte Morandi, ma anche renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovino, possano vivere, giocare, mangiare». Tutto questo e molto altro ancora, sotto un ponte autostradale. E, quando un tema è caro, si sa che il saggio ha ancora di più pieno diritto di cambiare idea.

Decreto Genova senza revoca
Per vari gradi, direbbe Tommaso d’Aquino. Già nel settembre del 2018, Toninelli avvertiva: «La sorte delle concessioni autostradali dipende dalla procedura di contestazione dell’inadempimento avviata dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e non trova alcuna regolazione nel decreto legge che sta per essere portato all’attenzione del Parlamento». Perché affrettarsi? Meglio fare le cose un passo alla volta ma perbene. Qua nel governo gialloverde siamo democratici e garantisti, mica come quell’altro che di fronte alla tragedia di Genova disse che «non possiamo attendere i tempi della giustizia penale». Chi era costui? Ah, già: Giuseppe Conte, il capo del governo gialloverde, ma guardiamo avanti.

La saggezza degli egizi e il ministro con lo sguardo da sfinge
Il tema è complesso e «alla luce della oggettiva complessità tecnica degli accertamenti da compiere - sottolineava Toninelli nel febbraio 2019 - e per non esporre il Governo a contestazioni sul piano formale, è stato assegnato alla società Autostrade per l’Italia un termine di quattro mesi che sicuramente rappresenta un tempo più che congruo per la difesa». Ed eccoci arrivati al testacoda «tecnico» dell’intervista a Radio 24, con questi pareri che, dieci mesi dopo, ancora non arrivano su quella famosa questione che, dieci mesi prima, andava sciolta e senza aspettare un’ora in più. Ma chi siamo noi per contraddire Akhenaton? Tutto a questo mondo è discutibile, non certo la saggezza degli antichi egizi. Principio irrinunciabile per il ministro con lo sguardo da sfinge.

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