m5s / il ritratto

Toninelli, dall’Arma alla Camera sognando il ministero delle Riforme

di Manuela Perrone

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4' di lettura

È l’uomo chiave dei Cinque Stelle in commissione Affari costituzionali di Montecitorio, il deputato chiamato a districarsi nei complessi meandri dei sistemi elettorali. Fedelissimo di Luigi Di Maio, sempre perfettamente allineato ai dettami di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, Danilo Toninelli è il più ortodosso tra i cosiddetti “pragmatici”. In nome dell’unità del Movimento, da tutelare a qualsiasi costo, non ha mai proferito una parola critica nei confronti dei vertici. Anzi. Nei momenti di maggiore difficoltà è stato chiamato a spendersi, come davanti alle peripezie della giunta romana di Virginia Raggi: quando nessuno all’interno del M5S osava esporsi in sua difesa, arrivava Toninelli, puntuale, forte dell’autorevolezza conquistata sul campo e riconosciuta anche dai rivali politici. «Nessun film apocalittico sulla Raggi, stiamo facendo molte cose per la città», ripeteva a inizio febbraio, dopo l’arresto di Marra e l’iscrizione della sindaca nel registro degli indagati.

Gli esordi nel cremasco
Classe 1974, Toninelli è nato a Soresina, in provincia di Cremona, ed è il punto di riferimento degli attivisti di una rete sul territorio che arriva fino a Brescia, dove si è laureato in giurisprudenza nel 1999. Fino al 2002 è stato ufficiale di complemento nei Carabinieri. Occhialetti da studioso, sempre impeccabile senza risultare stucchevole come Di Maio, ripete fino allo sfinimento che i politici devono recuperare la coerenza tra vita pubblica e vita privata, comportamenti collettivi e dimensione personale. Fa parte della folta schiera di persone che si è avvicinata al Movimento (è il fondatore del gruppo cremasco) attratta dai richiami via blog sul rispetto dell’ambiente e sulla necessità di cambiare i paradigmi sull’economia e sull’energia partendo da sé e dal proprio quotidiano. Allergico al politichese ma puntiglioso e attento ai dettagli tecnici (in tv funziona anche per questo, come lo staff comunicazione del M5S ha capito subito), è attaccatissimo alla sua famiglia. Non è raro che mostri con orgoglio dal suo telefonino le foto della moglie e dei due bimbi, che vivono a Ticengo, dove corre ogni volta che può: «Sono loro che contano».

Il «parto» del Democratellum
Di lombardo ha rigore e laboriosità: secondo le rilevazioni di Openpolis, è 86° su 630 deputati per indice di produttività parlamentare e ha il 71% di presenze alle votazioni elettroniche. A ottobre 2013, pochi mesi dopo essere entrato in Parlamento – incoronato alle parlamentarie per la circoscrizione Lombardia 3 con 144 voti – Toninelli ha depositato come primo firmatario la proposta di legge elettorale grillina, il cosiddetto “Democratellum”, poi in parte rivisto: un proporzionale fortemente corretto, con le preferenze, in cui sono vietate le candidature plurime ed è previsto un doppio sbarramento. In 33 circoscrizioni su 42 totali, a base pluriprovinciale, che assegnano il 60% del totale dei seggi, lo sbarramento naturale è al 5%. Nelle altre 9 è inferiore al 5.

Dall’isolamento alla trattativa
Altri tempi. Dopo la feroce opposizione all’Italicum e la sentenza della Consulta che ha bocciato il ballottaggio, i Cinque Stelle hanno abbandonato il Democratellum e virato verso il Legalicum – l’applicazione del sistema uscito dalla Corte, esteso anche al Senato senza i capilista bloccati - per andare subito al voto. «È l’unica legge costituzionale di cui disponiamo», spiegava Toninelli fino a qualche settimana fa. Poi sono cominciate le aperture al Pd, che hanno mandato in soffitta le dichiarazioni perentorie post-referendum («Non ci siederemo mai a nessun tavolo sulla legge elettorale») e che sono culminate con il “sì” al modello tedesco ratificato via blog domenica scorsa. All’italiana, però: niente preferenze, voto unico, collegi uninominali e listini corti proporzionali. Fino alla giravolta principe: astenersi in commissione, ieri, nel voto sugli emendamenti che proponevano voto disgiunto e preferenze con questa motivazione, messa agli atti proprio da Toninelli: «Nel merito, il M5S è a favore del voto disgiunto, ma si deve tenere conto anche dei motivi politici». La svolta trattativista è segnata, il dado è tratto. Diventa un ricordo lontanissimo quello di gennaio 2015, quando il deputato tuonava in Aula alla Camera contro «il Parlamento di nominati» che sarebbe stato prodotto dall'Italicum.

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Il sogno del ministero delle Riforme
Ovvio lo sconcerto tra i parlamentari grillini (e tra quelli che temono di non essere ricandidati). Nel mirino è finito lui, Danilo, accusato di essere stato spedito a trattare con Pd, Fi e Lega, senza rendersi conto di quel che trattava. In realtà il mandato era preciso, come dimostra l’intervento di Grillo dal blog che ha richiamato i dissidenti a rispettare la volontà degli iscritti. Un altro punto a favore di Toninelli. Non è un caso che sia indicato come il più papabile ministro delle Riforme in un ipotetico governo Di Maio. Ha due requisiti fondamentali: competenza - peraltro “nuova”, come piace ai Cinque Stelle - e fedeltà. E nessuno meglio di lui incarna la metamorfosi M5S: archiviati i “vaffa” e le provocazioni, è giunto il tempo di scommettere su chi studia e sa dialogare. Obiettivo Palazzo Chigi. Costi i mugugni che costi.

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