MARE: CARLOFORTE

Tonno, fiction, Unesco: così il buen retiro prova a ripartire

L'isola di San Pietro valorizza la sua diversità ed elimina la plastica. Ma il futuro passa dal rilancio sostenibile dell'arcipelago sulcitano

di Stefano Salis


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Carloforte

4' di lettura

«Sono pochi i posti nel nostro continente che danno una sensazione di solitudine pari a quella che si gode qui»: forse nessuno oggi sottoscriverebbe più le parole che il filosofo tedesco Ernst Jünger scriveva, con evidente soddisfazione, nel 1957, quando approdò nell’isola di San Pietro – 51 km², sesta isola italiana, situata in basso a sinistra, per capirci, lungo le coste dell’isola madre, la Sardegna, e circa 6000 abitanti concentrati a Carloforte, per i locali solo «U Paise», unico centro abitato, nella parte orientale dell’isola, più riparata dai venti –, e meno che mai in questo periodo. Durante l’estate, i seimila abitanti «raggiungono il numero di 25/30 mila tra turisti ed escursionisti giornalieri» spiega l’assessore al turismo del comune, l’avvocato Aureliana Curcio. E se i numeri dell’anno 2019 appaiono anche qui, come in tutta la Sardegna, in calo rispetto al 2018 (una ricerca di Federalberghi presentata lo scorso 3 luglio, a livello regionale stimava una flessione del 5%), il flusso di turisti che sbarcano dai traghetti bianchi e blu provenienti da Portovesme (sulla costa sarda) e Calasetta (nell’isola di fronte, Sant’Antioco) e la loro permanenza sull’isola resta il segnale più concreto dello sviluppo possibile per il territorio.

Nel 2018, per la prima volta, il numero degli arrivi stranieri ha superato, in Sardegna, quello degli arrivi italiani. «Per quanto riguarda Carloforte, lo scorso anno – spiega Curcio – rispetto al trend regionale, abbiamo segnato un dato molto positivo, il 25% in più». Le spiagge incontaminate, le seconde case in campagna, gli alberghi rimessi a nuovo, con qualche eccellenza, le attività commerciali nate in paese, una forte tradizione culinaria (di impianto genovese, con qualche importazione araba, come il «cascà», versione isolana del cuscus), la nomea da «buen retiro» che spesso le ha giovato in passato presso i “beninformati” e, soprattutto, una irreversibile «diversità», culturale, linguistica, architettonica, anche rispetto alla Sardegna, fanno di Carloforte un posto per molti versi unico.

La storia dell’insediamento abitativo nell’isola (ri)parte dal 1738. All’isola, disabitata, fu destinata una popolazione di lingua e origini liguri, proveniente, però, da Tabarka, a sua volta una piccola isola tunisina, dove si era stabilita, dedita alla pesca. Il nome di Carloforte, appunto, deriva dalla dedica al re Carlo Emanuele III di Savoia, promotore della colonizzazione. Questa singolare storia è ora al centro di un recupero: «si sta creando una rete tra le comunità tabarchine al fine di formare un dossier da presentare all’Unesco per il riconoscimento dell’epopea del popolo tabarchino quale patrimonio immateriale dell’umanità» dice Curcio. Inoltre si lavora anche al progetto «Raixe» («radici»), che prevede il recupero digitale della cultura tabarkina: verrà presentato a settembre a Calasetta (il paese di lingua ligure sull’isola di Sant’Antioco, fondato dai carlofortini): le storie delle comunità di Carloforte, Calasetta, Genova Pegli, Tabarka (Tunisia) e Nueva Tabarka (di fronte ad Alicante, in Spagna) saranno di nuovo unite.

Naturalmente è attraverso questo patrimonio che Carloforte ha iniziato a sfruttare alcune sue peculiarità. La tradizione della pesca al tonno (esiste ancora una tonnara attiva) è stata l’ispiratrice del «Girotonno», la manifestazione che, dal 2003, attrae migliaia di turisti da tutto il mondo (l’evento è capace di portare 100mila visitatori in pochi giorni) e che ha fatto conquistare alla città il titolo di capitale mondiale del tonno di qualità. Cadendo alla fine della primavera, è un formidabile acceleratore della stagione lunga, da sempre il desiderio degli amministratori del posto.

E non va trascurato l’influsso benefico (per quanto non quantificabile precisamente) che all’isola ha portato la fiction tv, «L’isola di Pietro», con Gianni Morandi. A settembre ci saranno le nuove riprese: sono molti i turisti che girano l’isola in cerca delle location (la spiaggia della Caletta, i “carrugi”, le tipiche viuzze alla genovese del centro...) dove si svolgono le scene. Qualche hotel fornisce già dei pacchetti a tema e Carloforte, insieme alla Porto Empedocle di Montalbano, entrerà presto a far parte di un circuito italiano di “turismo-televisivo”.

Da quest’estate, poi, c’è il concreto tentativo di andare verso esigenze di sostenibilità. Il sindaco Salvatore Puggioni, primo in Sardegna, ha già firmato l’ordinanza: dal 17 giugno è scattato il divieto per commercializzazione e utilizzo dei cosiddetti articoli monouso non biodegradabili, piatti, bicchieri, vassoi, cannucce.

Il futuro passerà anche da una maggiore alleanza e armonizzazione delle azioni volte a sviluppare il turismo (sostenibile) con la vicina isola di Sant’Antioco, in modo da rilanciare l’intero arcipelago. Il sindaco di Sant’Antioco, Ignazio Locci, risponde, in sintonia con la strategia «plastic free» di Carloforte, con un’altra azione in favore della sostenibilità. «La regione ha varato il piano per la mobilità elettrica e sono previste sperimentazioni nelle isole minori» dice. Si sta lavorando per ottenere per le isole sulcitane un finanziamento che stimoli l’uso di auto e altri veicoli elettrici sulle due isole. Intanto, anche l’estate antiochense si sforza di proporre un intrattenimento di qualità (oltre che migliorare i servizi: e la spiaggia di Maladroxia ha appena ottenuto la Bandiera Blu, issata lo scorso 1 luglio). Qualche giorno fa, per la prima volta, è stato costruito un palco mobile sulla spiaggia di Cala Sapone: al tramonto, ecco uno spettacolo jazz gratuito con il quartetto della celebre violinista Anna Tifu che ha suonato uno Stradivari in spiaggia e ha eseguito musiche di Astor Piazzolla. Quando ha iniziato con le note di «Adios Nonino», tutti hanno sperato che, invece, fosse solo un “arrivederci”.

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