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Coronavirus, digitale e smart working test per le banche del futuro

Claudio Torcellan (Oliver Wyman): «La crisi ha accelerato il nuovo modo di fare banca, la trasformazione è già in atto»

di Alessandro Graziani

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(REUTERS)

Claudio Torcellan (Oliver Wyman): «La crisi ha accelerato il nuovo modo di fare banca, la trasformazione è già in atto»


3' di lettura

«In meno di un mese di lockdown in Italia, le banche hanno sperimentato sul digitale modi di lavorare che in condizioni normali avrebbero sviluppato in due anni. I nuovi comportamenti dei clienti che operano via smartphone e dei dipendenti che lavorano da remoto in smart working rappresentano per il settore una discontinuità destinata a diventare la nuova normalità del fare banca».

Claudio Torcellan, partner della società di consulenza Oliver Wyman, da anni sostiene la necessità di una più rapida trasformazione digitale delle banche italiane. Finora rallentata, per tanti motivi. L’imprevisto shock dovuto ai nefasti effetti del Coronavirus ha costretto banchieri, bancari e clienti a sperimentare in pochi giorni il funzionamento quasi totalmente da remoto dei principali servizi bancari.

«In generale, l’intero settore ha risposto bene all’emergenza - osserva Torcellan - anche se è evidente che le banche più grandi e/o che più e meglio avevano investito nel digitale, stanno rispondendo con migliori risultati al nuovo modo di fare banca». Dalle dotazioni di pc o laptop ai dipendenti in smart working alla firma digitale per i clienti (non ancora sperimentata nelle filiali di tutte le banche), chi era meglio attrezzato ha affrontato la crisi in modo più efficace.

«Un fattore di differenziazione tra le banche è stata anche la tenuta dei sistemi informativi a distanza, con il sovraccarico di lavoro per la rete interna, e l’efficacia ai fini dei rischi di cibersecurity». Con che futuro a livello di sistema? «Chi era più avanti con gli investimenti digitali ora accelererà, mentre chi era indietro rischia di perdere altro terreno».

Se il digitale è diventato il presente, la crisi impone alle banche l’assunzione di un nuovo ruolo che, oltre alla normale funzione economica, è anche di rilievo sociale. «Nelle prossime settimane le banche diventeranno il principale meccanismo di trasmissione delle politiche fiscali del Governo. Se la crisi sarà a soluzione rapida, stimiamo che servano con urgenza tra i 150 e i 200 miliardi di liquidità per coprire il calo dei ricavi e i ritardati pagamenti per le imprese. Un importo enorme che non può gravare sulle spalle delle sole banche ma che dovrà inevitabilmente avere ampie garanzie pubbliche». Quanto ampie? «Dipenderà dalle scelte del Governo che dovrà valutare quali saranno gli importi e a chi fornire le garanzie, dove una decisione complessa riguarderà le aziende che già erano in crisi prima degli effetti del Coronavirus».

Se la durata della crisi e le politiche fiscali del Governo saranno decisive, in ogni caso «già da ora le banche stanno cercando di definire nuove politiche creditizie che tengano conto dei possibili effetti della crisi sui bilanci dei clienti e dalle loro capacità di riemergere nei diversi scenari di durata della stessa, quando l’attività potrà riavvicinarsi ai livelli pre crisi».

Ma sui bilanci 2020 delle banche quanto peserà il lockdown delle attività? «È davvero impossibile dirlo ora, dipende da troppe variabili. Possiamo dire con certezza che in generale i ricavi e i margini si comprimeranno e che il costo del rischio è destinato ad aumentare mentre probabilmente i costi del personale, con responsabilità, non scenderanno come era nei piani. Ma a livello industriale, possiamo già dire con certezza che il settore inevitabilmente accelererà nella trasformazione digitale. Gran parte dei comportamenti di clienti e dipendenti testati in questa fase diventeranno la nuova normalità».

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