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Torino e gli investimenti dei privati

di Giuseppe Berta

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(ANSA)

3' di lettura

Come se sulle prospettive della città si stendesse l’ombra, non solo metaforica, del grattacielo della Regione progettato da Massimiliano Fuksas, un’opera inquietante nella sua malinconica e perdurante incompiutezza. Quasi il simbolo involontario di una perdita di visione e di direzione di marcia.

Eppure, basta guardare con attenzione a ciò che si va producendo nel tessuto urbano di Torino per accorgersi che esso non tende affatto all’inerzia. Chi, mosso dalla curiosità, osservi la città dall’alto, per esempio dall’altro grattacielo edificato da IntesaSanPaolo, può cogliere i sintomi di un mutamento nelle funzioni territoriali ed economiche. Gli investimenti privati sono tutt’altro che fermi e concorrono a disegnare una differente mappa della città.

In autunno sarà inaugurato il nuovo centro direzionale della Lavazza, una delle più importanti imprese di Torino, intenzionata a mantenere sia la testa che il corpo produttivo nel territorio piemontese. La nuvola, questo il nome del nuovo complesso che sta sorgendo nel cuore della Borgata Aurora, ha l’ambizione di modificare il quartiere, per avvicinarlo al centro e convogliarvi nuove attività, rendendo più fluide e mobili le gerarchie urbane.

Ai confini di Torino, nell’area della Continassa dov’è situato lo stadio della Juventus, è in fase di edificazione avanzata il J Village voluto dalla società calcistica. Lì si mescoleranno sport e leisure, strutture di formazione per i giovani e attrezzature turistiche. Un intervento che va a incidere su una parte di periferia che era stata abbandonata ed era divenuta teatro di episodi di degrado e di violenza.

Nel centro di Torino, invece, nei pressi del Parco del Valentino, la Fondazione Agnelli sta per inaugurare la propria rinnovata sede là dove era sorta mezzo secolo fa. In un edificio dotato di soluzioni tecnologiche d’avanguardia verranno concentrate attività di ricerca, dedicate all’education e alla nuova imprenditorialità e vi sarà uno spazio destinato al co-working. L’intento pare quello di costituire un polo integrato di attività attorno a un nucleo di economia della conoscenza.

Altre iniziative potrebbero essere citate. Ma ve n’è una che merita di essere ricordata, anche perché è la più controversa. Si tratta del progetto di attivare al Parco Michelotti, dov’era una volta il vecchio zoo di Torino, un parco a tema che intende ricreare un habitat fluviale al coperto, giovandosi dalla prossimità col Po. Osteggiato da associazioni e animalisti contrari a far rinascere uno zoo, quello di Zoom si propone piuttosto come un acquario di acqua dolce, con spazi ispirati agli ambienti del Rio delle Amazzoni. Quando sarà realizzato, dicono gli investitori, potrà recare un afflusso di mezzo milione di visitatori all’anno in un’area centrale della città oggi in abbandono.

Nel loro complesso, gli investimenti privati stanno già componendo gli elementi che contribuiscono a mutare il volto della città. Soprattutto perché consolidano il cambiamento di profilo dell’antica città industriale, con interventi che introducono una logica orientata alla produzione e al consumo di servizi in luogo della produzione manifatturiera. Ciò non oscura, beninteso, le tendenze al degrado che si manifestano nella struttura urbana e che non possono essere trascurate. I poteri pubblici devono misurarsi con gli investimenti privati affinché da quest’interazione possano derivare strategie di scambio e di negoziazione tali da dare luogo a una visione composita della città. Di sicuro il confronto tra pubblico e privato è il momento da cui ripartire per delineare un futuro per Torino.

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