Chiude la fabbrica di Bairo

Torino, finisce il sogno delle city car elettriche targate Bolloré

Nel Canavese veniva realizzata la Bluecar, un modello utilizzato nei servizi di car sharing. Il contratto di collaborazione tra i francesi e Pininfarina è stato chiuso tre anni prima della scadenza

di Filomena Greco

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Nella foto Marie Bolloré (Afp)

Nel Canavese veniva realizzata la Bluecar, un modello utilizzato nei servizi di car sharing. Il contratto di collaborazione tra i francesi e Pininfarina è stato chiuso tre anni prima della scadenza


4' di lettura

Una collaborazione lunga più di dieci anni arrivata ora al capolinea, con il rischio di chiudere una fabbrica dove per anni sono state assemblate auto elettriche e di licenziare una cinquantina di operai. Succede a Bairo, nel Canavese, in provincia di Torino. È lì che nasce nel 2007 la collaborazione tra i francesi del Gruppo Bolloré e Pininfarina per realizzare una delle prime city car elettriche, la Bluecar, utilizzata nei servizi di car sharing a Parigi – fino a metà 2018 –, Lione e Bordeaux e, dal 2016, anche a Torino.

Pininfarina si occupa del design e affitta ai francesi il ramo d’azienda di Bairo, fabbrica e dipendenti. Sono gli anni della crisi, profonda, della Pininfarina di Cambiano, gli anni in cui la Fiat acquisisce il polo di Grugliasco che diventa la fabbrica di Maserati – nel 2009 – mentre De Tomaso prende il secondo ramo produttivo e dopo la mobilitazione sindacale e l’inchiesta per truffa sui fondi pubblici chiude. Da allora Pininfarina ha cambiato pelle e oggi è un’azienda risanata grazie al rilancio da parte degli indiani di Tech Mahindra. Mentre la mobilità sta puntando dritto verso le motorizzazioni elettriche, soprattutto in Europa, sulla spinta dei target di riduzione delle emissioni di CO2 imposti da Bruxelles. Eppure una piccola fabbrica dove si realizzano city car elettriche, l’unica in Italia prima che Fca annunciasse l’avvio delle linee di produzione della Fiat 500 elettrica a Mirafiori, chiude i battenti. Una vicenda che pone un tema industriale e sindacale.

La fine della collaborazione
Risalgono alla primavera scorsa le prime notizie sulla fine, anticipata rispetto alla scadenza naturale, della collaborazione tra i due gruppi, Bolloré e Pininfarina. A luglio scorso è arrivata la conferma ufficiale: il contratto di collaborazione si chiude tre anni prima della scadenza, fissata al 2022. In una nota la stessa Pininfarina aveva chiarito che «il contratto di affitto di ramo d’azienda in essere con il Gruppo Bolloré ha naturale termine il 31 dicembre 2022. Si ricorda inoltre che il contratto può essere anticipatamente rescisso tre anni prima della sua scadenza», con una comunicazione formale al 30 giugno scorso. Finita la commessa di autovetture destinate al car sharing nella città di Singapore, l’attività si è fermata.

Pininfarina ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per i 46 addetti di Bairo e contestualmente ha presentata al ministero del Lavoro la richiesta per un periodo di cassa integrazione straordinaria per cessata attività. Se da Roma arriverà l’ok, ci sarà un anno di ammortizzatori sociali e un lasso di tempo utile per valutare l’arrivo di possibili investitori che si facciano carico di stabilimento e dipendenti. Se così non fosse, si aprirebbe un’ennesimo fronte di crisi industriale in una regione, il Piemonte, che sta vivendo una fase complicata dal punto di vista produttivo.

La trattativa sindacale
Con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo si apre una fase sindacale delicata. «Faremo un appello a Pininfarina – dice il nuovo segretario della Fim Cisl di Torino, Davide Provenzano – affinchè non butti via una esperienza industriale importante come quella di Bairo. Chiediamo che l’azienda cerchi dei partner per portare avanti la produzione nel sito del Canavese in un settore importante ed emergente come quello della mobilità elettrica. Quei 47 lavoratori hanno una esperienza e una professionalità all’avanguardia proprio perché da anni lavorano sull’elettrico. Perdere questo patrimonio grida vendetta».

La Uilm dal canto suo ricorda che Pininfarina ha costituito una società ad hoc, Automobili Pininfarina – brand controllato al 100% da Mahindra & Mahindra – al debutto durante lo scorso Salone di Ginevra con la Pininfarina Battista, la hypercar elettrica. Lo stabilimento di Bairo e i suoi 47 addetti potrebbero dunque rientrare, questo è il ragionamento, nel futuro industriale del Gruppo, che non ha più attività manifatturiere ma è concentrato su ingegneria e design.

I sindacati, poi, pongono anche un tema politico all’amministrazione Cinque Stelle di Torino guidata da Chiara Appendino: «Come è possibile che una Città attenta ai temi della mobilità sostenibile possa farsi scappare una realtà simile» sottolinea Provenzano della Fim Cisl che ricorda come proprio l’amministrazione di Torino ospiti una flotta di Bluecar impiegate nel servizio car sharing. «Anche per questo motivo – conclude Provenzano – la Città deve far sentire la propria voce su questa vicenda». Sono 150 le Bluecar della flotta di Torino, con 250 colonnine di ricarica all’attivo.

Il tavolo Automotive
Il 24 dicembre la manifestazione davanti alla sede dell’ex Embraco, alla presenza del vescovo di Torino Cesare Nosiglia, il 7 gennaio il Consiglio regionale monotematico dedicato all’emergenza lavoro in Piemonte, il 9 è in programma il primo appuntamento del tavolo automotive istituito in Regione con i sindacati e le associazioni industriali. Sono le tappe di una mobilitazione che attraversa il Piemonte da settimane e che ruota intorno alle vertenze industriali aperte e ai 5mila posti di lavoro a rischio nei prossimi mesi. Una situazione già critica a cui si aggiunge il fronte Bluecar.

Si tratta di una crisi di sistema, dicono i sindacati metalmeccanici, che mettono in fila le vertenze aperte, a cominciare dal settore automotive: Lear, Mahle, Martor, Olisistem, Manital. «Non basta affrontare le singole vertenze – spiega Provenzano della Fim-Cisl– serve un approccio unitario e un piano che coinvolga tutti, dalle istituzioni al mondo industriale». I sindacati stanno lavorando alle proposte da presentare alle istituzioni la prossima settimana, a cominciare da un piano per promuovere e sostenere “il sistema Torino” con le sue competenze professionali e manifatturiere, accanto ad azioni di scouting per attrarre investimenti produttivi sul territorio regionale. «Se vogliamo far diventare Torino nuovamente la capitale dell’auto, e abbiamo tutte le potenzialità per farlo – sottolinea Edi Lazzi, segretario della Fiom-Cgil di Torino – bisogna decidere che il cambio di paradigma sulla mobilità sostenibile, e in particolare sull’auto elettrica, deve rappresentare un’opportunità da utilizzare al meglio, senza subirne i processi in modo passivo».

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