fra tav, brexit e dazi

Torino mortificata nel desiderio di ripartire presto

di Valerio Castronovo


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3' di lettura

Sono trascorsi ottant’anni da quando nella primavera del 1939 venne inaugurato a Torino l’imponente stabilimento di Mirafiori, con il quale il senatore Giovanni Agnelli aveva coronato il suo sogno di “fare come Ford”, di realizzare un complesso industriale che riproducesse il modello esemplare della più famosa casa automobilistica americana. Perciò i lavori per allestirlo, avviati nel 1936, non si erano poi interrotti lungo la strada, in quanto egli credeva che, dopo il patto a quattro di Monaco, non sarebbe scoppiata una guerra in Europa e, comunque, che l’Italia sarebbe rimasta fuori da un eventuale conflitto a causa del notevole dispendio di risorse avvenuto con la spedizione coloniale contro l’Etiopia.

Sta di fatto che, dal secondo dopoguerra, attraverso questa grande fabbrica e ciò che rappresentava, è passata, direttamente o indirettamente, non solo tanta parte della storia economica e delle vicende del capitalismo italiano, ma pure di quella sociale (da una trafila di lotte operaie destinate a lasciare il segno, al “cammino della speranza” di una massa di immigrati dal Sud e da altre aree più depresse in cerca di lavoro e fortuna; dalla formazione di un robusto nucleo di quadri intermedi, all’ascesa di Torino a un ruolo-guida nel processo di modernizzazione del Paese), nonché delle relazioni internazionali (da uno stretto aggancio in campo militare con il Patto Atlantico, all’adesione nel 1957 dello “stato maggiore” dell’imprenditoria alla causa europeista; dalla “diplomazia degli affari” con l’Unione sovietica inaugurata nel 1965 con lo stabilimento di Togliattigrad, all’opera di mediazione svolta dall’Avvocato, tramite i suoi rapporti personali con John Kennedy e poi con altri esponenti sia dell’establishment americano sia dell’alta finanza di Wall Street, in alcuni momenti politici ed economici cruciali per l’Italia).

Ma cos’è oggi rimasto di quell’eccezionale esperienza e dei suoi retaggi dopo la scomparsa nel 2003 di Gianni Agnelli e, l’anno dopo, di suo fratello Umberto? E dopo quella nel 2018 di Sergio Marchionne, protagonista della rinascita della Fiat e della sua fusione con la Chrysler?

Sappiamo come Mirafiori, dopo i ridimensionamenti che frattanto ha conosciuto, non è più quella sorta di driver dell’industria torinese e quindi, come in altri tempi, il simbolo per eccellenza (in feconda competizione con Milano e Genova) dell’Italia che lavora e che produce: dato che queste funzioni d’avanguardia che il capoluogo piemontese ricopriva sono passate ad altre città, quali capofila di nuove dinamiche filiere produttive.

Tuttavia Torino possiede pur sempre un patrimonio di attitudini e competenze, non solo nell’automotive (dove la Fca può tuttora contare su buone carte da giocare nel passaggio alla produzione di veicoli ibridi, tanto che a Mirafiori verrà prodotta, dal prossimo anno, la seconda generazione della 500 elettrica), ma pure nell’aerospazio, oltre che nella ricerca e nell’high-tech.

Sennonché, alle difficoltà che Torino ha incontrato inevitabilmente nel rimettersi in marcia si è aggiunta dal 2018 la questione della Tav, di un collegamento ferroviario ad alta velocità essenziale per il trasporto merci con la Francia e l’Europa lungo il Corridoio mediterraneo. Il fatto che la sua realizzazione sia stata inopinatamente rimessa in discussione dai ministri pentastellati ha avuto un effetto deprimente per la città, mortificandone le prospettive di sviluppo e riducendo intanto la sua capacità attrattiva per investimenti produttivi e le sue opportunità di sviluppo dell’occupazione. Al punto da indurre ampi settori della società civile a mobilitarsi, a scendere ripetutamente in piazza per cercare di superare questa strozzatura. Ma c’è anche il timore di una decisione che si traduca alla fin fine in uno stiracchiato compromesso. Di qui il profondo malessere e avvilimento che sta affliggendo la città, malgrado il tentativo di rassicurarla compiuto nei giorni scorsi, in vista delle elezioni europee, dal vicepremier Luigi Di Maio con la promessa di un decreto che preveda per Torino, quale “area di crisi complessa”, alcuni sgravi e incentivi.

Per giunta, numerose aree della regione piemontese si trovano in affanno, in quanto temono il pericolo di una restrizione delle esportazioni, dovuta sia a un’uscita no deal del Regno Unito dall’Unione europea sia alla minaccia del presidente americano Donald Trump di un aumento dei dazi su diversi prodotti europei. In entrambi i casi, a farne le spese sarebbero vari importanti settori: dal tessile all’abbigliamento, dai macchinari agli apparecchi elettronici, dall’agroalimentare ai casalinghi, dai prodotti chimici all’oreficeria.

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