ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùsu anche yen e franco svizzero

Torna la corsa ai beni rifugio: oro ai massimi da 6 anni

di Sissi Bellomo


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(Afp)

3' di lettura

La cavalcata dell’oro non si è ancora fermata. Il metallo prezioso, in rialzo di oltre il 10% nell’ultimo mese, si è spinto vicino a 1.340 dollari l’oncia nella giornata di ieri, caratterizzata da una fuga dal rischio che ha premiato anche altri beni rifugio.

Tra questi ci sono i titoli di Stato americani e tedeschi, con il rendimento sceso al minimo storico nel caso del Bund decennale (0,332%) e di nuovo sotto la soglia del 2% nel caso dei Treasuries, sempre a dieci anni. Tra le valute a mettere il turbo sono stati lo yen e il franco svizzero, ma significativamente non il dollaro.

Mentre il lingotto ha raggiunto livelli di prezzo che non si vedevano da agosto 2013, il biglietto verde si è indebolito, scendendo ai minimi da tre mesi sia in rapporto all’euro (il cambio ha toccato quota 1,1412) sia nei confronti di un paniere delle principali valute: il dollar index è scivolato a 95,843.

Gli investitori da un lato sono in ansia per le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, in vista del G20 che si terrà venerdì e sabato a Osaka in Giappone, con l’appuntamento clou costituito dal faccia a faccia tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Dall’altro lato sta prendendo piede la convinzione – sempre più ostinata, quasi fideistica – che la Federal Reserve taglierà con decisione i tassi di interesse, con una prima sforbiciata già nel mese di luglio, forse addirittura di 50 punti base.

È su queste aspettative che il rendimento dei titoli di Stato Usa continua a scendere, fornendo carburante per accelerare la corsa dell’oro: anche ieri, per ben due volte, i Treasuries a dieci anni si sono tuffati sotto il 2%. Lo scivolone precedente – che a sua volta era stato il primo da quando Trump nel 2016 si è insediato alla Casa Bianca – era avvenuto giovedì scorso, in reazione alle aperture della Fed verso un’alleggerimento del costo del denaro.

L’oro si è mosso in modo speculare, con uno strappo che ieri l’ha portato a raggiungere un picco di 1.438,63 dollari l’oncia sul mercato spot londinese, il massimo da sei anni.

A favorire il lingotto e altri beni rifugio ci sono anche le tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno evitato (o forse solo rimandato) un attacco militare contro l’Iran, ma lo spazio per la diplomazia sembra essersi chiuso dopo le nuove sanzioni comminate lunedì, con cui Washington ha colpito direttamente l’ayatollah Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica islamica, e altri alti funzionari di Stato.

In cima alla lista delle preoccupazioni per i mercati finanziari sembra tuttavia esserci l’andamento dell’economia globale: dazi e controdazi hanno frenato la crescita e senza un accordo tra Usa e Cina è probabile che la situazione peggiori.

Gli analisti stanno scrutando i segnali anticipatori di una possibile recessione globale e una spia rossa è stata accesa anche dall’oro, mai così caro rispetto al rame dal 2016. Il più diffuso tra i metalli industriali, noto come Doctor Copper, è molto reattivo ai cicli economici e viene venduto quando c’è pessimismo sulla crescita. Al contrario l’oro, riserva di valore, nei periodi difficili di solito si apprezza.

Un altro segnale di allarme lampeggia in modo insistente proprio sul mercato del debito, che sull’oro esercita un’influenza determinante: la curva dei rendimenti Usa da marzo si mantiene invertita, ossia con i titoli a breve che pagano tassi più alti di quello del decennale, una situazione che negli ultimi cinquant’anni ha quasi sempre anticipato una recessione oltre Oceano.

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