Economia Digitale

Torna in pista il Gps. Ecco le app in pole position per il contact tracing

Fino a poco tempo fa la parola Gps era tabù. Ora in testa alla selezione operata dalla task force ci sarebbe invece l’app del centro medico Santagostino

di Alessandro Longo

default onloading pic
(AdobeStock)

Fino a poco tempo fa la parola Gps era tabù. Ora in testa alla selezione operata dalla task force ci sarebbe invece l’app del centro medico Santagostino


4' di lettura

Gps sì, Gps no. Serve anche il posizionamento satellitare del contagiato, in Italia, per combattere il coronavirus? La risposta è mobile, per nulla scontata. A quanto risulta dai dibattiti in corso nella task force che, in seno al ministero dell'innovazione, seleziona l'app per il tracking dei contatti, fino a una settimana fa la parola gps era tabù. Bandito: troppo pericoloso per i nostri diritti fondamentali. Ma da qualche giorno si sta facendo strada un approccio più laico. Un po' come con il Mes: si è passati dal “Gps no assolutamente”, al “dipende dalle condizioni”.
I segni di questo movimento sotterraneo sono numerosi. L'app preferita dal ministero dell'innovazione nasce intrinsecamente solida sulla localizzazione gps, a cui si aggiunge il bluetooth. Tecnologia che, come anticipato a marzo dal Sole24ore, è quella primaria in Europa e Stati Uniti per il contact tracking (tale è indicata dalla Commissione europea e anche dalla recente alleanza Google-Apple).

L'app in questione è quella frutto della collaborazione del Centro medico Santagostino, Bending Spoons (principale sviluppatore di app per iOS in Europa e tra i primi 20 al mondo), Jakala, società di marketing digitale specializzata in georeferenziazione, e Geouniq, startup italiana con una tecnologia forte appunto nella localizzazione gps.
Grazie al mix gps e bluetooth l'app può tracciare con un margine di errore di 10 metri. I dati gps sono usati sono in forma aggregata e non servono al tracciamento individuale del contatto ma solo per disegnare una mappa dei contagi. Scoprire quindi se c'è un focolaio, un'infezione in un luogo critico come un ospedale. Questo con il bluetooth non lo puoi fare, dato che questa tecnologia wireless certo non può sapere la posizione dell'utente sulla mappa.
I promotori di quell'app, dato il clima “anti Gps”, hanno poi preferito fare un passo indietro sull'uso di questa tecnologia e puntare tutto sul bluetooth, nel progetto presentato al ministero.
Senonché il quadro, come si diceva, è mutevole. Una delle app più apprezzate dal ministero, Coronavirus Outbreak Control pure sta rivalutando l'uso del gps. Pur basata su bluetooth, quest'app può usare il gps, ma in modo meno granulare rispetto all'altra app: “abbiamo esteso a 100 metri la granularità del tracciamento, perché è quanto serve alle mappe epidemiologiche”, spiega Luca Mastrostefano, responsabile tecnico del progetto. Lo scopo è ovviamente quello di ridurre al minimo il rischio di un uso lesivo della privacy, per sorveglianza di massa: più è lasco il tracciamento (100 metri invece di 10), meno può essere utile a

tracciare la singola persona.
Il gps inoltre è attivo solo se l'utente vi dà il consenso. I dati relativi ovviamente sono criptati e non permettono a terze parti (nemmeno al governo) di identificare la persona a cui si riferiscono. Questo vale anche per il bluetooth, come spiegato, ma è importante soprattutto con il gps perché il dato sulla posizione ha maggiore ricadute in termini di sorveglianza massiva.
Stesso approccio, facoltativo e rimesso alle volontà governative, ora anche per l'app di Bending Spoons. E non solo: può usare il gps anche un altro progetto molto strutturato (per la caratura dei partner in gioco): quello di TeamSystem e Comdata.
Che il gps non sia un tabù in senso assoluto in Occidente, del resto, lo dimostrano anche le iniziative di Google e Facebook di usare i propri dati per costruire mappe di mobilità e contatto tra le persone . Cosa diversa dalla mappa dei contagi, ma comunque pensata per dare informazioni utili a contrastare l'epidemia.
Gli esperti sono divisi, anche in seno alla stessa task force del ministero, a quanto risulta. Da una parte coloro che vedono troppo alto il “costo” sociale del gps rispetto ai benefici (esperti di cyber security, come Stefano Zanero del Politecnico di Milano, che pensano tra l'altro al rischio data breach). Dall'altra, un noto innovatore come Alfonso Fuggetta, pure membro della task force e tra i primi promotori di un'app coronavirus in Italia. Ha espresso il proprio malumore a riguardo su Twitter, il 12 aprile: “quelli che dicono che non bisogna usare il GPS pensino a queste situazioni: persona che si rivelerà essere positiva che entra in una RSA o in una scuola o in pronto soccorso”. “Quanta gente che parla solo perché ha la bocca e magari va dall'amante con una connected car”, ha continuato.
Possibilista prudente l'avvocato esperto di privacy Fulvio Sarzana: “Le app di tracciamento possono coinvolgere l'uso di bluetooth o di GPS. In entrambi i casi va sgomberato il campo da un equivoco, i dati trattati ed inviati eventualmente all'ente incaricato di gestire la relativa banca dati sono dati personali che non possono essere definiti anonimi ma solo pseudoanonimi. In altre parole, da quei dati è possibile comunque risalire ad una persona, ai suoi contatti, ai suoi spostamenti, e ciò giustifica l'applicazione delle norme in materia di privacy. A maggior ragione ciò avviene se ad essere trattati sono dati provenienti dalla posizione GPS”.
La questione forse quindi non è tanto gps sì o gps no, ma le tutele (normative, di policy e di security) che applicheremo all'intero sistema di tracciamento, qualunque tecnologia sia utilizzata.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti