ciclismo

Tornanti, nuvole e sudore

di Maria Luisa Colledani


default onloading pic
(13685)

4' di lettura

«Marco, perché vai così forte in salita?», gli avevano chiesto un giorno al Tour. «Io scatto in salita per rendere più breve l’agonia», parola di Marco Pantani, Giro e Tour 1998 da dominatore e decine di ascese entrate nella storia del ciclismo. Sì, le ascese, come una via di redenzione verso le vette, la gloria e la felicità sublime. Davide Cassani, 57 anni, ex ciclista professionista e dal 2014 commissario tecnico della Nazionale maschile, ha provato a mettere in fila le quindici salite italiane da annali di storia delle due ruote. Lo ha fatto insieme a Beppe Conti, giornalista con decine di grandi classiche, Giri, Tour e Mondiali raccontati da ogni angolo del pianeta. L’opinionista Rai, nella premessa a Le salite più belle d’Italia (Rizzoli, 2018), ricorda che l’idea di questo album di fatiche e leggende è nata fra un Giro d’Italia e un Tour commentati con Cassani: perché non provare a individuare le montagne, le imprese che sono patrimonio di tutti? Eccole: Sestriere, Colle delle Finestre, Colle Fauniera, Colle dell’Agnello, Stelvio, Gavia, Mortirolo, Pordoi, Passo Giau, Passo Fedaia, Tre Cime di Lavaredo, Monte Zoncolan, Abetone, Terminillo ed Etna.

Sono quindici istantanee, in cui si sfogliano tutti i Giri d’Italia dal 1909 a oggi. E - questo è il valore del libro - Cassani di ogni vetta prova a fermare un ricordo, ne racconta il percorso fatto oggi, con i rapporti da usare, e ne traccia le imprese storiche. Così, ogni montagna si fa in tre (Il ricordo, A rifarla oggi e La storia), con tanto di cartine, altimetrie e pendenze a seconda del luogo di partenza. Storia, geografia e fatica diventano un tutt’uno e possono coinvolgere sia tifosi sia nuovi adepti delle biciclette.

Cassani, nel descrivere le sue pedalate di oggi davanti a pendenze con percentuali da sballo, ricorda l’importanza di faticare e godersi la salita: «Da qualche anno cerco sempre di salire a un ritmo giusto. E qual è questo ritmo giusto? Semplice: qualche pulsazione in meno rispetto alla soglia della fatica. Mi spiego meglio. Solitamente quando spingo ho 155-156 pulsazioni e faccio dalle 70 alle 80 pedalate al minuto. È sufficiente mettere un rapporto più agile, abbassare leggermente la velocità, portare il battito a 148-150 e cambia tutto. Certo, vado più piano ma vuoi mettere?». Le pagine del Ct degli azzurri ci insegnano a respirare a fondo la bellezza, i prati, le mucche al pascolo e le montagne che, sopra i 2mila metri, tolgono il fiato e si fanno brulle di una magnificenza scarna e preziosa. Perché la lezione è sempre la stessa, ricorda Cassani, la salita pretende tutto, cuore, gambe, fiato, sogni. La salita è insaziabile, si prende tutto e tutti, ma, se non ti fai fagocitare dal sudore e dalla paura, ti lascia la bellezza.

Di sicuro, i campionissimi, da Coppi a Bartali, a Merckx, a Fignon, a Chiappucci, fino a Indurain e al Froome dei nostri giorni, pedalano senza farsi coinvolgere troppo dalla gloria delle montagne italiane. La fatica annebbia gli occhi e fa brillare le loro imprese a maggior gloria loro e delle vette stesse. C’è lo Stelvio del 1953, quando un ragazzino di 21 anni, il cit Nino Defilippis darà un “colpetto” su richiesta di Coppi, scatterà e guadagnerà metri su Hugo Koblet tanto da aprire la strada a una delle imprese più belle del Campionissimo fotografata da Mario Ferretti con lo storico: «Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi». C’è il Gavia, il «monte delle fate» dello sfortunato Imerio Massignan e il Mortirolo dove nacque nel 1994 Marco Pantani. Senza dimenticare le folli picchiate di Fiorenzo Magni sul Pordoi; la prima maglia rosa che il Pirata conquistò ai piedi della Marmolada nel ’98; lo Zoncolan, forse la montagna più dura d’Europa, di Gilberto Simoni e anche della rinascita di Ivan Basso e ’A muntagna di Alberto Contador.

Fra tornanti, nuvole e sudore emerge anche l’Abetone, dove iniziò il mito di Fausto Coppi. Giro d’Italia 1940, Coppi ha 20 anni e lo stratega Eberardo Pavesi lo descrive così: «Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che vidi venire al mondo Coppi. Ne avevo visti di scalatori ma adesso vedevo qualcosa di nuovo: aquila, rondine, alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, come ignorando la fatica, volava, letteralmente volava, su per le dure scale del monte fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo».

L’impossibile delle cime sa diventare umano: senza chiamarsi Fausto Coppi o Gino Bartali, importante è allenarsi e seguire il battito del proprio cuore, come ricorda Davide Cassani, e anche non tradire le regole dell’alimentazione (nel libro ne scrive Diego Bragato) e conoscere i segreti per attrezzatura e abbigliamento (due capitoli curati da Federico Protto).

Perché la bellezza sta solo lassù, dopo decine di curve, dopo rettilinei smisurati, consci, secondo l’insegnamento più vero di Walter Bonatti, che «Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna».

Le salite più belle d’Italia – Segreti e preparazione, storia ed eroi, Davide Cassani con Beppe Conti, Rizzoli, pagg. 318, € 18

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti