Madrid, Milano, praga

Tornare ad essere in viaggio con la fotografia

Tre eventi da non perdere: la retrospettiva di Friedlander, la lotta Yanomami di Andujar e i fotografi del Fotograf Festival praghese da consultare ora via web

di Filippo Maggia

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A jovem Susi Korihana thëri em um igarapé - Catrimani, Roraima - da série A floresta, 1972 / 1974, 68 x 102 cm; filme infravermelho digitalizado em impressao com tinta pigmentada mineral sobre papel. Hahnemühle Photo Rag Baryta 315 gr (scanned infrared film printed with pigmented mineral ink on Hahnemühle Photo Rag Baryta 315 gr paper: US$.10.000,00 (Courtesy Gasleria Vermelho)

Tre eventi da non perdere: la retrospettiva di Friedlander, la lotta Yanomami di Andujar e i fotografi del Fotograf Festival praghese da consultare ora via web


5' di lettura

Costretti nuovamente alla consultazione virtuale anziché in persona degli eventi culturali proposti nell'ultimo periodo, riferiamo di alcune esposizioni che, per differenti ragioni, meritano di essere approfondite: l'importante retrospettiva di Lee Friedlander alla Fundación MAPFRE di Madrid, al Recoletos exhibition hall, (Paseo de Recoletos 23 sino al 10 gennaio 2021), l'imperdibile installazione di Claudia Andujar al Palazzo della Triennale di Milano (visibile sino al 7 febbraio 2021) e la decima edizione del Fotograf Festival di Praga dal titolo emblematico “Uneven Ground” (Terreno Accidentato).

Madrid

Curata da Carlos Gollonet, la personale di Lee Friedlander (nato nel 1934 ad Aberdeen, nello Stato di Washington) nella capitale spagnola raccoglie circa 350 opere realizzate dal fotografo americano in oltre 60 anni di carriera. Particolarmente interessanti le sezioni della mostra dedicate al jazz, grande passione di Friedlander che sin dalla metà degli anni ’50 viaggia instancabilmente per gli Usa immortalando i magnifici interpreti di quel genere musicale, da John Coltrane a Miles Davis, sul palco come nel backstage o addirittura in tournée, durante la trasferta da una città all'altra come documentato nel ritratto della band di Count Basie appisolata sull'autobus; i celebri “Little Screens”, vere e proprie immagini nelle immagini: muti frame televisivi catturati in spoglie stanze di hotel o disadorne living room, interni inquietanti che divengono esterni da decifrare nelle fotografie realizzate nei medesimi anni nelle strade delle città americane ove finestre, porte scorrevoli, specchi e vetrine sostituiscono i monitor, disegnando quel paesaggio sociale che Friedlander analizza e scompone per svelarne incongruenze e complessità, “Landscapes” che continuerà a registrare con approcci ogni volta differenti nei decenni a seguire. Altro capitolo significativo dell'imponente corpo di lavori prodotto dal fotografo americano, perché affrontato in maniera decisamente non convenzionale, sono i “Self Portraits” degli anni ’60 e quelli successivi agli anni ’90: più che l'autoritratto in sé, l'io in posa, sono il luogo e la situazione che Friedlander coniuga a se stesso. Irridenti, un po' bohémien e on the road i primi, consapevoli e meditativi anche se ancora velati di ironia i secondi. Completano l'esposizione diverse altre serie fra cui vanno citate “American Monument”, “Family Photographs” e i “Workers”, oltre ai “Nudes” di fine anni ’70, dove le modelle che posavano per gli studenti della Rice University vengo ritratte da Fridelander nelle loro case anziché in studio, circondate da tutti quei complementi di arredo che svelano la loro vita privata. Una volta ancora sono l'ambiente e il contesto a definire il soggetto.
Fridelander è ufficialmente rappresentato dalla Fraenkel Gallery di San Francisco, le sue opere passano regolarmente in asta da Phillips o Swann, le sue quotazioni variano dai 5/6.000 dollari a oltre 20.000 a seconda del soggetto e dell'anno di stampa.

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Yanomami - da série A Casa 1974, 68 x 102 cm; gelatina e prata sobre papel Ilford Multigrade Classic 1K brilhante (gelatin and silver on Ilford Multigrade Classic 1K glossy paper]). US$.10.000,00 (Courtesy Gasleria Vermelho)

Milano

Al Palazzo della Triennale, prima di una serie di iniziative realizzate in partnership con la Fondation Cartier pour l'art contemporaine di Parigi, è ospitata l'emozionante mostra di Claudia Andujar (Neuchâtel, 1931, residente in Brasile dal 1956) dal titolo “La lotta Yanomami”, ampio e articolato reportage che raccoglie oltre 50 anni di denuncia dello sfruttamento e dei reiterati tentativi di sradicamento del popolo indio Yanomami dalle loro terre, nel nordovest del Brasile. “Il progetto mostra ha avuto una lunga gestazione, ed è figlio di una precedente esposizione che organizzammo a Sao Paulo presso l'Instituto Moreira Salles alcuni anni fa. Per questa nuova installazione itinerante (dopo Sao Paulo, Rio de Janeiro, Parigi e Milano la mostra verrà presentata anche a Barcellona e Zurigo) ho lavorato quasi tre anni con Claudia Andujar, recuperando nel suo archivio immagini e materiali che lei non ricordava di avere”, racconta Thyago Nogueira, curatore della mostra. L'esposizione è in effetti molto ricca di materiali e merita una visita di un paio di ore per ripercorrere tutto il cammino che dal 1971 sino ad oggi la Andujar ha percorso con gli indios Yanomami. Nella prima parte, sospese nel vasto salone al primo piano della Triennale, fotografie in grande e medio formato narrano della vita quotidiana e dei rituali indigeni, con un approccio visionario e talvolta magico che lascia percepire - anche grazie a un utilizzo del bianco e nero mosso e sgranato, come fossero fotografie realizzate senza respirare - quanto sia stato profondo il coinvolgimento dell'autrice una volta integrata nella comunità indigena.

Gli istanti di Friedlander

Gli istanti di Friedlander

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Dopo una delicata e intensa parentesi dedicata ai disegni realizzati dagli indios durante la permanenza con loro, l'esposizione assume un carattere fortemente di denuncia perché tale è stato lo sviluppo del rapporto tra gli Yanomami e la fotografa di origine svizzera. La Andujar in breve tempo si è sentita parte della comunità indigena e paladina dei loro diritti di fronte all'avanzamento dei garimpeiros (cercatori d'oro) negli anni ’80 e del contestuale processo di deforestazione dell'Amazzonia, della politica di Bolsonaro poi e dell'epidemia Covid-19 ora. Le sue fotografie degli anni ’70, quelle successivamente ritrovate dove più scatti si sovrappongono e quelle scioccanti degli indios “catalogati”, ognuno con un numero identificativo appeso al collo, dimostrano come la fotografia ancora oggi può essere un efficace strumento di denuncia, capace di arrivare al cuore dello spettatore obbligandolo a riflettere e assumere una posizione critica. Il successo, anche commerciale, del lavoro della Andujar, molto deve a questo sentimento di purezza e reale partecipazione che traspare dalle sue opere. L’artista è rappresentata da Galeria Vermelho di Sao Paulo.

Catrimani - da série A casa 1972 / 1976, 45 x 67 cm; filme infravermelho digitalizado em impressao com tinta pigmentada mineral sobre papel Hahnemühle Photo Rag Baryta 315 gr (scanned infrared film printed with pigmented mineral ink on Hahnemühle Photo Rag Baryta 315 gr paper). US$.5.000,00 (Courtesy Gasleria Vermelho)

Praga

Di tutt'altro contenuto ma altrettanto rilevante è la decima edizione del Fotograf Festival della capitale, con la curatela di Stephanie Kiwitt, Tereza Rudolf e Anna Voswinckel, otto mostre in diversi spazi della città che purtroppo sono rimaste visibili per pochi giorni (la Repubblica Ceca è uno dei Paesi europei maggiormente colpiti dalla seconda ondata dell'epidemia Covid-19) ma che meritano di essere visitate almeno virtualmente. Il “territorio accidentato” che funge da titolo dell'edizione 2020 è quello oggi più che mai complicato del rapporto fra noi e gli altri: “più il mondo si connette e globalizza, più emergono le spinte verso il rafforzamento dei confini nazionali e la costruzione di nuove identità attraverso l'esclusione dell'altro. L'attuale pandemia ha dimostrato una volta di più come funziona il meccanismo dell'isolamento nazionale. A ciò si aggiunge il distanziamento sociale in evidente conflitto con il bisogno umano di prossimità fisica”, recita lo statement del festival. Le mostre sono tutte collettive con non più di 7/8 artisti ognuna e prendono in esame attraverso differenti pratiche artistiche - fotografia, video, film, installazioni - il rapporto fra noi e l'altro, dallo sguardo al gesto, dal pensiero all'azione, il superamento delle barriere sociali, la costruzione della propria immagine e il confronto con chi è diverso. Il corpo è uno degli strumenti utilizzati dagli artisti; i luoghi e gli ambiti sociali ove le differenze si avvertono distintamente sono un altro dei campi affrontati dal Fotograf Festival. Due esibizioni emergono: “Designing places, naming history” nel quale, riferendosi a Jacob Riis, pioniere della fotografia documentarista sociale, la fotografa, regista e videomaker americana Shelly Silver descrivendo la Chinatown di New York si domanda se noi realmente ci preoccupiamo degli altri, in particolare di quanti vivono in condizione di povertà o se, invece, ci accontentiamo di proclamare slogan come sostiene l'irlandese Bernadette Keating (che ha esposto alla galleria Beck & Eggeling di Düsseldorf) “al centro del mio lavoro c'è il luogo e ciò che questo significa per noi, e come la fotografia, caricata di motivazioni politiche e ideologiche, può essere utilizzata per collaborare alla definizione di un luogo”. Altra mostra da esplorare è “My gaze, your image”, che nel titolo già condensa ed esplicita i contenuti espressi dai sette artisti invitati. Fra questi va sicuramente citato il lavoro di Gabriele Stötzer, artista e attivista cresciuta nell'ex Repubblica Democratica Tedesca (trattato dalla Springer Galerie di Berlino ): durante lo shooting di Winfried, un ragazzo che posa vestito da drag, l'artista sente un feeling particolare con la modella. Al pari dell'artista stessa, egli era considerato “un diverso” dalle autorità dell'ex DDR, condizione che lo rendeva molto suscettibile: come infatti venne a sapere successivamente, lui l'avrebbe segnalata alla Stasi, la polizia segreta.

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