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Tornare in aula per insegnare cosa?

Occorre una forma più flessibile di didattica a distanza da realizzare, per quanto possibile, integrata a quella in presenza

di Mauro Piras

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(AdobeStock)

Occorre una forma più flessibile di didattica a distanza da realizzare, per quanto possibile, integrata a quella in presenza


5' di lettura

Si torna a scuola quindi. Finalmente tocchiamo terra, dopo tre mesi di apnea e altri tre di (troppe) discussioni in absentia. Ma in quali condizioni? La domanda non riguarda le cose di cui si è parlato ossessivamente (distanziamento, aule, banchi, rotelle, mascherine, gel ecc.) ma una cosa molto più sostanziale che è scomparsa dall'orizzonte mediatico: l'insegnamento. In quali condizioni andremo a riprendere il discorso interrotto con gli studenti? Che cosa dobbiamo insegnare, come lo dobbiamo insegnare, dopo gli strappi causati dalla crisi?


Cerchiamo di riordinare le idee, allora (queste righe si rivolgono prevalentemente alle scuole superiori, ma alcune cose possono valere anche per il primo ciclo).

Recupero e integrazione degli apprendimenti

Queste due parole, recuperi e integrazioni, sono apparse nei documenti ministeriali fin da giugno: il recupero degli apprendimenti riguarda gli studenti che sono arrivati alla fine dell'anno scorso con delle insufficienze, pur essendo promossi; l'integrazione doveva essere invece una ripresa e un approfondimento degli argomenti trattati in modo meno efficace o non trattati durante il periodo di didattica distanza. I recuperi dovevano essere avviati fin dal primo settembre, ma possono proseguire anche per tutto l'anno scolastico; l'integrazione, in teoria, anche. In pratica che cosa è successo? I recuperi sono partiti, certo. Tuttavia, a volte si ha l'impressione che si volesse chiudere la partita lì, nelle prime due settimane di settembre. Ci hanno pensato gli studenti a riportare le scuole alla realtà: giungono notizie di corsi di recupero andati deserti: è ovvio, si dice, se i ragazzi sanno che sono promessi, che non c'è un esame per recuperare l'insufficienza, non hanno interesse a venire. Vero; ma allora il problema è ancora tutto davanti a noi: i recuperi delle insufficienze vanno fatti con cura durante il primo trimestre o quadrimestre e, se serve, anche per tutto l'anno. Inoltre, il problema è ben più ampio di quanto appaia: negli scrutini di giugno ci sono state meno insufficienze del solito, perché i docenti non hanno voluto penalizzare gli studenti dopo un periodo così difficoltoso.

Questo vuol dire che i ragazzi con delle lacune sono ben più di quelli registrati dalle insufficienze. Insomma, c'è un enorme lavoro da fare.

Integrazione

C'è poi il capitolo integrazione. Il periodo di didattica a distanza, condotta in condizioni di emergenze e tra mille difficoltà, non ha permesso di svolgere certi argomenti come avremmo dovuto. Gli studenti hanno quindi bisogno di riprendere con calma, in aula, con i docenti, almeno una parte di quegli argomenti. Prima di iniziare il programma del nuovo anno, ci vuole un periodo di raccordo e integrazione degli apprendimenti. Purtroppo, anche se il ministero ha avuto una buona idea nel proporla, poi l'ha quasi lasciata cadere. Quando siamo arrivati al primo settembre, ha parlato solo dei recuperi; ha creato una situazione per cui alle scuole era possibile solo organizzare i recuperi e non l'integrazione, perché non ha fatto rientrare tutti a scuola. A volte, l'integrazione è stata sottovalutata dai docenti: alcuni hanno pensato “io il programma l'ho finito”, e quindi non l'hanno programmata. Una prospettiva sbagliata. Non è possibile pensare che, in questa situazione, conti solo “la quantità di programma svolto”.In sintesi: se vogliamo prendere sul serio il recupero e l'integrazione degli apprendimenti, se vogliamo ricucire le ferite aperte dal lungo periodo di chiusura delle scuole, dobbiamo iniziare questo nuovo anno scolastico con un lungo periodo di “raccordo”: un periodo di ripresa e approfondimento, per tutti, delle competenze fondamentali acquisite durante il periodo a distanza; se si fa questo lavoro per tutti, è più facile farlo anche per gli studenti più fragili, con iniziative di recupero dedicate.

Che cosa fare in classe

Fin qui abbiamo visto solo la prima parte del problema. C'è poi la didattica quotidiana. Le misure di contenimento contro il contagio impongono gravi vincoli alla didattica in presenza: gli studenti sono isolati in banchi singoli, non possono avvicinarsi agli altri, non possono scambiarsi materiale, non possono lavorare insieme ecc. Nessun docente ormai, probabilmente, in aula si limita a sedersi alla cattedra e a parlare, mentre gli studenti prendono appunti religiosamente. Purtroppo, è quasi l'unica cosa che permette un rispetto rigoroso delle misure di contenimento. Come si può fare allora? Ognuno di noi deve studiare delle strategie, per mantenere viva una didattica attiva. Anche isolati nei loro monobanchi, gli studenti devono poter lavorare continuamente su consegne date dai docenti, producendo qualcosa, per quanto di individuale: appunti, sintesi, analisi di testi, esercizi, problemi ecc. Si possono anche organizzare dei lavori di gruppo, se in aula (in presenza) si formano i gruppi, si danno le direttive e le consegne, si organizzano dei primi scambi di opinione pur dai posti isolati, e poi si rimanda la collaborazione diretta tra i membri del gruppo al lavoro a distanza (vedi sotto).

Un ruolo importante assume il metodo della cosiddetta “classe capovolta”: se infatti si assegnano prima delle lezione le consegne, gli studenti arrivano con dei lavori già elaborati, da cui parte la lezione; per esempio, possono esporre brevemente, sia dal posto che dalla cattedra. Insomma, bisogna trovare il modo di dare dinamismo al lavoro didattico e di coinvolgere attivamente gli studenti nonostante i nuovi vincoli. E puntare più sull'acquisizione di poche competenze fondamentali e meno sul sapere enciclopedico a cui tende il nostro ordinamento. Meglio leggere bene pochi testi di filosofia, saperli analizzare ed esporre, che conoscere qualche formuletta per ogni autore del canone.

Che cosa fare a distanza

Nella scuola superiore è previsto l'uso della didattica a distanza, integrata a quella in presenza. Questo vale per tutte le scuole, anche per quelle che riescono a portare tutti gli studenti in aula, non solo per quelle che sono costrette a dividere le classi o fare i turni per mancanza di spazi. La didattica digitale integrata infatti può servire per colmare le lacune di quella in presenza causate dai troppi vincoli: per esempio, a distanza si possono fare i lavori di gruppo. Oppure, a distanza si possono fare verifiche scritte che non pongono il problema della trasmissione del virus a causa del passaggio dei fogli dallo studente al docente.

Più in generale, bisogna avere un'idea dei migliori metodi da adottare nella didattica a distanza. Purtroppo, le linee guida arrivate dal ministero su questo tema non aiutano molto, perché implicitamente tendono a incoraggiare la riproduzione della lezione tradizionale, insistendo sulle ore sincrone e sulle unità orarie. La didattica a distanza invece, può essere feconda se articolata in forme flessibili: se si tratta di lezioni sincrone “frontali” è meglio che siano brevi, non più di venti minuti circa; molto si può fare con lezioni asincrone, registrate e fruibili liberamente dagli studenti, sia in audio che in video. Ma soprattutto, molto lavoro può essere fatto direttamente dagli studenti sulla base di consegne precise, mirate alla realizzazione di prodotti conclusi (video, documenti, analisi ecc.): il momento in cui il docente e gli studenti si incontrano in videolezione serve per esporre, discutere, analizzare e correggere questi lavori. E molto della correzione può passare per una interazione individuale con i canali informatici utilizzati.Le linee guida sottolineano che la didattica digitale integrata deve essere rivolta “all'intero gruppo classe”, creando una nuova rigidità: può essere molto utile invece lavorare su piccoli gruppi di studenti, anche separatamente, perché l'interazione è più facile. Se vogliamo che il lavoro a distanza renda possibile un coinvolgimento di tutti, i gruppi non dovrebbero superare le dieci unità, per fare un esempio. Ovviamente, l'offerta deve essere rivolta a tutti, ma si può fare anche per gruppi separati.Questo purtroppo rischia di essere un libro dei sogni. Non solo a causa delle rigidità imposte dalle linee guida (unità orarie, gruppi classe) ma anche perché queste strutture sono radicate nella gestione amministrativa della scuola e quindi ogni scuola le considera scontate. I docenti stessi si orientano su questi schemi.

Possiamo però pensare che, se vogliamo salvare la didattica in questa situazione di emergenza, dobbiamo avere in mente le forme più flessibili di didattica a distanza e cercare di realizzarle per quanto possibile, integrata a forme altrettanto flessibili di didattica in presenza.


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