Interventi

Torniamo a formare la classe dirigente

Un «Governo dei migliori» dovrà cambiare le logiche delle nomine pubbliche

di Federico Maurizio d'Andrea *

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(Ansa)

3' di lettura

Questi giorni di crisi governativa – che sembra risolversi, nel ripetersi di stucchevoli rituali, con un “dentro” tutti – restituiscono attualità al discorso che nel 431 a.C. Pericle rivolse agli Ateniesi: «Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito… Qui ad Atene noi facciamo così».

E nella Repubblica parlamentare, a Roma, nel 2021? Possiamo anche qui parlare di un “governo dei migliori” in un Paese in cui la selezione della classe politica si basa, oramai da lungo tempo, su appartenenze a caste più che a organizzazioni politiche (così come pensate nell’art. 49 della Costituzione), su cooptazioni e su premi di fedeltà?

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È fin troppo semplice pensare all’approssimazione dei rappresentanti del popolo sovrano: la corsa alla “rottamazione” di una generazione ha di fatto impedito il naturale ricambio, lasciando il Paese nelle mani di molte persone prive di qualsiasi qualifica e di una visione complessiva del “bene comune”, oltre che di una pochezza culturale disarmante. La Politica, quella alta, non si può improvvisare ma necessita di adeguata formazione che le riconsegni, tra l’altro, la saggezza delle parole, l’eleganza dello stile e l’autorevolezza dell’esempio.

Allo stesso modo, il potere esecutivo, puntuale espressione delle distorsioni dell’organo della rappresentanza diretta, è, non di meno, nelle mani di uomini e donne che non possono essere ritenuti portatori della intelligenza e delle specifiche competenze esistenti nel nostro Paese. Peraltro, la necessità di ricorrere al governo dei migliori – ma forse basterebbe quello dei meno peggio – è imposta dalla prassi che, da lungo tempo ormai, porta il Governo ad abusare, ben al di là delle regole stabilite dalla nostra Carta costituzionale, delle proprie attribuzioni normative, con buona pace della principio della certezza del diritto.

Da ultimo, l’ordine giudiziario, per lungo tempo chiamato a svolgere funzioni di supplenza delle attribuzioni degli organi di governo (Parlamento in primis), vive oggi, e forse con maggior drammaticità, il peso di una profonda crisi di credibilità e di un diffuso discredito che amplifica, a dismisura, la cronica incapacità di offrire risposte adeguate, in termini di qualità e di tempestività alla richiesta sociale di giustizia. Sempre per citare Pericle, «ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così».

La situazione in cui versano, in Italia, i “poteri” della tripartizione cara a Montesquieu, non può essere sottaciuta nell’analisi delle cause che ciclicamente portano l’opinione pubblica italiana a “investire” sull’idea dell’uomo forte a cui chiedere la taumaturgica soluzione dei tanti problemi che affliggono il nostro Paese, a cominciare dal debito pubblico: guardare unicamente agli effetti e ignorare le cause non potrà che generare illusorie scorciatoie.

Un uomo, per quanto illuminato, non può in tempi brevi disboscare una giungla costruita, negli anni, dai portatori di mediocrità, alcuni dei quali, peraltro, ancora influenzano le scelte pubbliche, tanto da essere necessari interlocutori anche degli uomini “migliori”.

La non semplice creazione di un sistema Paese efficiente ha certamente bisogno di persone illuminate, ma, ancor di più, necessita di credere e investire nella formazione di una classe dirigente – composta da uomini e donne – che emerga a seguito di una selezione che, ripartendo dall’etica della leale competizione e del “bene comune”, possa ridare dignità al lavoro e rimettere al centro il rispetto delle regole affinché le massime cariche pubbliche siano prerogativa di persone capaci e preparate, mettendo al bando chi non rispetti le regole e chi presenti impietosi deficit di capacità tecniche, competenze o morali («un cittadino ateniese… soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private…»).

Da ultimo, val la pena ricordare che, ove nasca davvero un governo formato da ministri effettivamente competenti e votati al perseguimento dell’interesse generale, è auspicabile una positiva ricaduta su tutte le scelte da effettuarsi, modificando, a esempio, sistema e logiche in tutte le nomine che discendono direttamente dalle componenti governative: sarà davvero possibile un cambiamento così profondo nel costume politico e istituzionale del Paese? Siamo davvero sicuri che tutti i soggetti che, oggi, si dichiarano pro governo siano disponibili a fare più di un passo indietro rispetto a ieri?

Qualche dubbio pare lecito, posto che anche il governo dei migliori, ove effettivamente nasca, deve ottenere una investitura parlamentare e comunque passare dalle deliberazioni di questo Parlamento, con questi rapporti di forza tra i gruppi e con gli interessi specifici di cui ciascuno è portatore.

Vice presidente Centri Studi Borgogna

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