FORZA ITALIA

Toti, l’ex delfino scomunicato che sogna un destino autonomo da Berlusconi

di Riccardo Ferrazza

Toti: boom M5S dovuto anche a incapacità di partiti tradizionali

3' di lettura

Era il gennaio del 2014, anno delle elezioni europee, e Silvio Berlusconi cercava per il rilancio di Forza Italia un anti-Renzi. Una figura di un giovane in grado di contrastare l’ascesa del sindaco fiorentino, diventato da poco segretario del Partito democratico e destinato ad arrivare nel giro di poche settimane a Palazzo Chigi. Il Cavaliere attinse da Mediaset, dove Giovanni Toti, viareggino, classe 1968, aveva fatto carriera diventando direttore di due dei tre tg delle reti berlusconiane.

Fu promosso a consigliere politico del capo e fu l’inizio di una veloce carriera politica. Prima lo sbarco all’Europarlamento, poi l’elezione alla presidenza della Liguria. Cinque anni più tardi, Toti ritrova “scomunicato” da Berlusconi («Abbiamo avuto pazienza sino adesso. Ora questa pazienza è finita») secondo una parabola che lo accomuna ai molti altri ex “delfini” del Cavaliere.

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Stavolta, però, il destino politico dell’ex predestinato potrebbe essere diverso. Perché Toti, in cinque anni, si è saputo ritagliare, con un’abilità politica per certi versi inaspettata (esordì con una gaffe, collocando Novi Ligure in Liguria), una posizione di rilievo all’interno del centrodestra. Il governatore ligure (che ha annunciato con largo anticipo di volersi ricandidare alle regionali del 2020) ha svolto infatti il ruolo di “ pontiere” tra Forza Italia e Lega, intessendo un rapporto privilegiato con Matteo Salvini, ostentato in un pranzo a Portofino poco dopo le elezioni politiche di marzo 2018 ma già certificato con l’invito dell’anno precedente a parlare al raduno di Pontida, prima volta in assoluto per un “esterno”.

Quale sia lo schema che ha in mente, Toti lo ha spiegato ancora l’altro giorno. «La mia idea è il modello austriaco: un partito di centrodestra che metta insieme le culture più “morbide” e la destra politica». Il problema è, secondo la lettura del governatore ligure, che dei tre pezzi che compongono il meccanismo italiano - Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia - quello messo peggio è proprio l’ultimo: «Dove c’è una classe dirigente che continua a guardare verso il soffitto, a fischiettare e a far finta che tutto vada bene». Toni sferzanti usati in ogni passaggio elettorale, come quello in Abruzzo dello scorso febbraio quando Toti ironizzò: «La decrescita felice non è più il programma dei Cinque stelle il programma della nostra classe dirigente. Sveglia!».

Per questo le mosse del governatore vengono seguite con insofferenza e sospetto nella superstite classe dirigente azzurra che lo guarda come un “sabotatore” e un “infiltrato” leghista. Anche perché Toti, nel frattempo, è riuscito a radicarsi sul suo territorio, ha portato con il suo modello di centrodestra allargato alla conquista di Genova, La Spezia e Savona promuovendo già dalla scorsa estate il “movimento arancione” di liste civiche di centrodestra che dovranno sostenere la sua rielezione alla guida della regione. Una realtà, ha precisato, «collaterale ai partiti» ma guardata con sospetto dai partiti. Soprattutto dal suo.

Rispetto a chi nel passato ha cercato o semplicemente sognato di succedere a Berlusconi (la lista è lunga e si potrebbero citare solo Gianfranco Fini e Angelino Alfano), Toti ha il vantaggio oggettivo dell’età: lui è appena cinquantenne, il fondatore di Forza Italia compirà invece a settembre 83 anni, anche se ha chiarito all’assemblea azzuura che non ha intenziione di ritirarsi e si è candidato di nuovo alle europee. «Siamo un partito che s’è sempre rinnovato ma continuano a darci del vecchio» ha detto Berlusconi. Parlava di Forza Italia ma forse pensava anche al suo fondatore.

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