ciclismo

Tour de France, molla Bernal: la maglia gialla è una questione tra sloveni

Nell'ultima tappa del Grand Colombier, come già era successo a Larnus, la vittoria è andata Pogecar che ha preceduto nello sprint la maglia gialla Roglic

di Dario Ceccarelli

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Nell'ultima tappa del Grand Colombier, come già era successo a Larnus, la vittoria è andata Pogecar che ha preceduto nello sprint la maglia gialla Roglic


4' di lettura

In attesa dell'esito dei nuovi controlli anticovid, il Tour de France si chiede se il Giallo sia già risolto. A una settimana da Parigi, nel secondo lunedì di riposo, una cosa è ben chiara a tutti: la maglia gialla è una questione privata tra sloveni.

Si può discutere sul terzo uomo che salirà sul podio, e forse sui distacchi, ma i primi due posti, salvo possibili colpi di scena extra sportivi, sono ormai ampiamente riservati alla coppia d'oro del ciclismo sloveno: Primoz Roglic, 30 anni, leader della Jumbo Vismara, e Tadej Pogecar, 21 anni, capitano della Uae Emirates. A separare i due amici-nemici ci sono 9 anni di distanza e 40 secondi. E se 9 anni per un corridore sono tanti, 40 secondi, in una corsa come il Tour che deve ancora affrontare le Api e una cronoscalata alla vigilia dell'arrivo a Parigi, sono invece decisamente pochi.

Al traguardo del Grand Colombier vittoria di Pogecar

Nell'ultima tappa del Grand Colombier, come già era successo a Larnus, la vittoria è andata Pogecar che ha preceduto nello sprint la maglia gialla. Roglic, checchè se ne dica sul “patto” sloveno e sul fatto che i due sono amici e vivono entrambi a Montecarlo, non ha particolarmente gradito il guizzo irrispettoso del giovane rivale, per nulla intimorito dal ritmo travolgente imposto dalla Jumbo sulla micidiale salita (17 km) che da Culoz ha portato al traguardo del Grand Colombier. Un ritmo indiavolato, voluto da capitan Roglic e scandito da quel demonio di Van Aert (con il supporto di Dumoulin) che ha fatto saltare quasi tutti i vagoncini del treno degli altri big. Una scrematura micidiale che ha lasciato con le ossa rotte soprattutto l'ex numero uno del Tour, il colombiano Egan Bernal arrivato alla fine con il volto stravolto dalla fatica con oltre 7 minuti di ritardo dalla coppia slovena.

Un crollo senza attenuanti («Non sono riuscito a a tirar fuori niente dal mio corpo, ho perso tre anni di vita su questa salita») che ha messo fuori gioco il colombiano e sancito la fine di un dominio: quello della Skay Ineos, il Super Team di Dave Brailsford, il regista britannico che dal 2012 (anno del successo di Wiggins) non ha mai sbagliato un colpo, se si esclude la vittoria di Nibali nel 2014. Quest'anno, spedendo Froome alla Vuelta e Thomas al Giro d'Italia, Brailsford si era messo in testa di fare il Triplete. Ma qualcosa è andato storto. Nel ciclismo succede: il diavolo ci mette la coda. Soprattutto quando si vuole programmare tutto.

Attenzione alla giovane furia slovena

Ma torniamo alla bandiera slovena che sventola sulla cima di questo Tour. Quasi tutti danno per scontato che a Parigi arrivi in giallo Roglic, in virtù della sua classe e soprattutto di una squadra che lo scorta quasi militarmente. Un gruppo super collaudato sempre sul pezzo che non fa muovere uno spillo senza autorizzazione. Tutto vero, tutto molto logico. Tranne una cosa: che nel ciclismo, alla fine, soprattutto nelle tappe alpine, vince chi ha più gambe. E più testa. Nel senso di determinazione e di voglia di arrivare davanti al traguardo finale. Ecco, in questo senso, Roglic deve stare molto attento. Pogecar sarà giovane ma non fa sconti a nessuno. E quanto alla giovane età, e quindi alla freschezza, può essere più un punto di forza di Tadej, meno supportato dalla sua squadra ma finora quasi sempre prontissimo a rispondere a ogni attacco. “Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio” dice un proverbio che dovrebbe mettere in guardia Roglic, il cui punto di rottura finora in carriera è sempre stato la terza settimana.

Avverte Pogecar: «Al momento Primoz sembra inarrestabile, ma dopo il riposo ci saranno altre opportunità, tutto può ancora accadere. Al Grand Colombier è saltato Bernal, domani può toccare anche a Roglic…». Capito il ragazzino? Tanto timido non è. Al posto di Roglic non staremmo tanto tranquilli. E infatti la maglia gialla tiene la guardia alzata: «Certo che volevo vincere. Anche per l'abbuono di 4 secondi che si è preso Pogecar. Comunque sono felice per come sto andando. Il ciclismo non è uno sport individuale: e io ho un team fortissimo».Parole sensate, dette anche per esorcizzare la minaccia.

Un Tour bellissimo nell’anno del virus

Comunque resta un bellissimo Tour, combattuto e spettacolare quanto mai, nonostante sia corso nell'anno del coronavirus e in un contesto quanto mai complicato e difficile. L'unico neo, per quanto ci riguarda, è che l'Italia è completamente fuori dai giochi. Abbiamo dei buoni corridori (Caruso in particolare) che lavorano per altri capitani, ma finora non abbiamo vinto una tappa. E l'ultima settimana promette ancora peggio. Meno male che una buona notizia viene dalla Tirreno Adriatico dove Filippo Ganna in maglia tricolore si è imposto con un tempo da record nella cronometro finale di San Benedetto del Tronto. La corsa dei Due Mari è andata a Simon Yates, ma l'exploit di Ganna fa ben sperare per il futuro e per il prossimo Giro d'Italia.


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