Ciclismo

Tour de France a Pogacar, nuovo Re della generazione dei fenomeni

Un bel Tour dominato da una nuova generazione di fenomeni che ha definitivamente soppiantato quella dei “vecchi trentenni “che finora aveva tenuto la scena ciclistica 

di Dario Ceccarelli

(Reuters)

4' di lettura

Schiacciato dai fasti dell’Europeo di calcio vinto dall’Italia, e rimpicciolito dal fagocitante arrivo delle prossime Olimpiadi di Tokyo,  si è concluso a Parigi dopo tre settimane il Tour de France. 

Un bel Tour dominato da una nuova generazione di fenomeni - a partire dalla maglia gialla, lo sloveno Tadej Pogacar - che ha definitivamente soppiantato quella dei “vecchi trentenni “che finora aveva tenuto la scena ciclistica. 

Loading...

Nuova generazione di fenomeni

Parliamo di campioni come Quintana, Uran, Nibali e lo stesso Roglic, anche lui sloveno e accreditato tra i favoriti alla vigilia, ma messo subito fuori gioco da una delle tante cadute collettive che hanno caratterizzato le prime tribolate  tappe della corsa francese.

Una generazione di fenomeni di cui fa parte anche Wout Van Aert, 26 anni,  lo spumeggiante belga della Jumbo Visma che si aggiudica lo sprint più atteso, quello sui Campi Elisi, superando in volata, oltre al connazionale Philipsen,  l’altro grande protagonista di questa edizione della Grande Boucle, e cioè il britannico Mark Cavendish, lo sprinter ritrovato dopo anni di buio e di inquietante  silenzio. Per Van Aert, che si era aggiudicato anche la cronometro di sabato e la tappa del Mont Ventoux, questo nuovo exploit sul traguardo di Parigi è la ciliegina sulla torta di un Tour condotto sempre da protagonista. Ora anche lui, come peraltro Pogacar, può puntare con serenità ai giochi di Tokyo. “Corsa su strada o cronometro? Proverò a vincere entrambi” dice il fiammingo con l’ottimismo di chi sta sulla cresta dell’onda.

Onori a Tadej Pogacar

Ma le luci dei riflettori, sul gradino più alto del podio, spettano di diritto a Tadej Pogacar, questo ragazzino di 22 anni che per la seconda volta consecutiva si aggiudica la corsa più prestigiosa del mondo. E la conquista con tre maglie: quella gialla da leader del Tour, quella bianca dei giovani e quella a pois degli scalatori. Un dominio assoluto, quasi imbarazzante per la concorrenza, che gli ha permesso di vincere anche tre tappe: la prima a cronometro e poi due sui Pirenei. 

Forte su tutti i terreni, e rapido anche nei finali di tappa, lo sloveno non ha mai trovato un avversario in grado di impensierirlo seriamente. Non lo è stato il secondo classificato, il peraltro sorprendente danese Joanas Vingegaard né l’ecuadoriano Richard Carapaz, terzo sul podio, e primo dei big che avrebbero dovuto contrastare l’ascesa di Pogacar. Niente da dire, Carapaz si è ben difeso senza farsi travolgere. Ma tra i due non c’’è mai stata partita: uno, il Re sloveno,  veniva da Marte, l’altro dal pianeta di noi umani in cui, una tantum, è concesso di perdere un colpo. 

Allo sloveno questo per il momento non capita. E se gli è successo, come è sembrato sul Mont Ventoux, l’ha nascosto molto bene. Probabile che un po’ in frenata sia andato nell’ultima cronometro (solo ottavo) ma l’impressione è stata che non ci tenesse troppo a stravincere. E che non tirasse  troppo il gas. Sia per non farsi troppi nemici, sia per non accreditare le tante voci poco “simpatiche" sulle sue prestazioni da uomo bionico. Purtroppo, quando uno s’impone alla Merckx,  finisce sempre nel tritacarne delle malelingue. Una di queste sussurra e grida che al Tour de France ci sia stata  l’ombra del doping tecnologico. Di strani meccanismi nei mozzi che avrebbero dato  un “aiutino” ai corridori di quattro squadre, tra cui anche quella della maglia gialla, la UAE Emirates. Naturalmente sono voci anonime e quindi, come tali, da gettare nel cestino. 

Monarchia assoluta?

Ora il punto è un altro: ma quella di Pogacar è ormai una monarchia assoluta o c’è ancora spazio per qualche dissenso? Difficile dirlo perchè lo sloveno attualmente non ha punti deboli. E anche come tenuta mentale dimostra una solidità invidiabile. Neppure il terribile Merckx a 22 anni aveva già vinto due Tour de France. Qualcuno dice che è presto per far entrare Tadej nella galleria dei Campionissimi. Può darsi. Ma due Tour consecutivi sono già tanta roba.  Cosa deve dimostrare ancora il re sloveno?

A proposito di Slovenia, la bandiera di Lubiana sventola sempre più alta sul pennone del ciclismo. Una nazione di due milioni di abitanti, più o meno quindi come la  popolazione di Milano, da due anni domina il Tour e sforna campioni in crescita  a getto continuo. Dietro a Roglic e Pogacar nuovi talenti crescono come funghi. L’ultimo che è balzato alle cronache e Matej Mohoric, campione nazionale, e vincitore di due tappe in questa edizione della Grande Boucle. Il motivo del boom? Nelle scuole si fa sport seriamente. E i risultati si vedono. 

Le volate vincenti di Cavendish

Bene anche Mark Cavendish, dato per morto e sepolto, e invece risorto con ben quattro volate vincenti. Era depresso. Non lo voleva più nessuno. Alla fine, quasi per grazia ricevuta, lo ha preso nelle sue file la Deceuninck Step. Ma al Tour  il grande vecchio sprinter non avrebbe dovuto  neppure partecipare. Solo il forfait all’ultimo minuto di Sam Bennett gli ha permesso di prendere il via. Risultato? Quattro volate da incorniciare e il record di Merckx (34 vittorie al Tour) eguagliato. La realtà , quando si mette, supera davvero la fantasia. Ma Cavendish è stato super a cogliere l’attimo. 

Male gli azzurri

Chi non ha colto l’attimo è stata la spedizione italiana. Non pervenuta. Il primo degli azzurri  è Mattia Cattaneo, dodicesimo in classifica generale. Neanche una vittoria. O qualcosa che le assomigli. Nibali è volato a Tokyo per le Olimpiadi. Da un po’ Vincenzo  non piglia palla. Speriamo in Filippo Ganna, con l’auspicio che il ciclismo azzurro imiti la nazionale di Mancini. O almeno ci provi. 

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti