ciclismo

Tour de France, si allontanano i sogni di gloria per Aru

di Dario Ceccarelli


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(Ap)

3' di lettura

Non è andata bene. Inutile farsi illusioni. In questo strano Tour, che come dice Froome sembra una infinita partita a scacchi, Fabio Aru avrebbe dovuto fare la mossa giusta per far saltare il banco.

Invece, proprio sulle Alpi, e proprio sulla salita del Galibier, il tamburino sardo vede allontanarsi i suoi sogni di gloria. Fabio perde mezzo minuto dai primi e retrocede al quarto posto con un ritardo di 53 secondi dalla maglia gialla. Non una batosta, intendiamoci, ma una crepa sottile che via via si è ingrossata sotto gli attacchi degli altri big che hanno fiutato come lupi la crisi del corridore sardo.

Prima un guizzo dell'irlandese Martin. Poi tre stilettate di Romain Bardet, l'enfant du Pays che al traguardo riceve anche le congratulazioni del presidente Macron in visita pastorale al Tour de France.

Tre stilettate cui Aru non risponde per non finire fuori giri. Le prime due volte lentamente recupera. Alla terza non ce la fa. Si vede che annaspa. Ha la bocca aperta, quella tipica smorfia di fatica che non riesce a nascondere quando va in crisi. È l'ultimo tratto del Galibier, quello più cattivo.

Aru scollina con una manciata di secondi di ritardo. Ma è praticamente solo. Mentre il gruppo dei big (Froom, Bardet, Uran, Landa e Braguil) va giù in picchiata come un Tgv verso il traguardo di Serre Chevalier. Sono 28 chilometri di discesa, la prima parte più tecnica, la seconda più pedalabile. Ma per Aru sono un incubo.

Non è un discesista come Nibali. Poi non trova nessuno cui appoggiarsi. Alla fine però, con un grande sforzo di volontà, riesce a contenere i danni lasciando a Froome e soci solo 31 secondi che però sono sufficienti a retrocederlo al quarto posto. La vittoria di tappa va a Primoz Roglic, che regala alla Slovenia la prima vittoria al Tour di un suo connazionale.

Roglic, un cronomen con inaspettate doti da scalatore, ex saltatore di sci, precede di un minuto e 13” il gruppo dei migliori che vede Uran davanti a Froome e Bardet. Per il gioco degli abbuoni, il britannico ora guida la classifica con 27” su Bardet e Uran, distaccati con lo stesso tempo. Aru è quarto con un gap di 51”. Quinto Landa con un minuto e 27”.

«Il Tour finisce domenica a Parigi», ha commentato con amarezza Aru al traguardo. «Ho perso rispetto ai miei avversari diretti. Purtroppo è andata così, questo è il ciclismo. Sono stati giorni duri e sull'Izoard lo sarà ancora di più».
Già, questo giovedì arriva l'Izoard, il mitico Izoard che tanto piaceva a Bartali e Coppi. È la prima volta che che il Tour finisce la tappa proprio su questa salita che misura 14 chilometri con una pendenza media del 7%. Non è un posto per corridori in crisi. Non c'è quasi mai un momento di respiro e, quando la salita spiana, si entra in un paesaggio lunare, la “Casse deserte”, che sembra l'anticamera di un altro mondo: quello del caldo e della fatica.

Qui, in questo scenario poco rassicurante, dove ci sono le effigi gloriose di Bobet e Coppi, Fabio Aru si gioca le sue ultime chances. Diciamo la verità: un quarto posto sarebbe deludente.

Soprattutto in un Tour giocato in un fazzoletto di pochi secondi. Chiedergli di provarci è giusto. E di sicuro lo farà perché il sardo non è tipo da arrendersi facilmente. Però gli scricchiolii si sentono. Recuperare in 24 ore sarà dura. Anche perché, tra i favoriti, Aru è quello con la squadra più debole. È probabile che gli sforzi di questi ultimi giorni siano venuti tutti al pettine proprio nel momento decisivo. Però non tutto è perduto. Nel ciclismo vale una vecchia regola della vita: mai dire mai.

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