mercati azionari

Tra le borse di Svizzera e Unione europea spunta un confine in più

di Mara Monti


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Imagoeconomica

3' di lettura

Un (altro) rischio incombe sui mercati del Vecchio continente: dal primo gennaio i titoli azionari delle società svizzere potrebbero non essere più negoziati nell'Unione Europea. Se all'ultimo momento non ci sarà un accordo tra la Svizzera e l'Europa, scambiare al Swiss stock exchange e al SIX Swiss Exchange richiederà specifiche procedure per gli investitori oltre confine, dal momento che a fine anno scade il principio di equivalenza che garantisce gli scambi bilaterali tra i paesi. Essendo bilaterale anche agli investitori svizzeri non sarà permesso portare a termine gli scambi su altre piazze finanziarie a cominciare dalla City di Londra.

Nessun problema invece per chi opera su Wall Street e sulle altre piazze finanziarie in cui il principio dell'equivalenza è riconosciuto
Da almeno due anni l'Unione Europea ha chiesto alla Svizzera di rivedere gli accordi bilaterali, dalla gestione dell'area Schengen alla libera circolazione delle persone e delle merci, ma finora non è stata raggiunta alcuna soluzione accettabile per entrambe le parti. Da qui la decisione di Bruxelles di bloccare gli scambi con la Svizzera attraverso la sospensione prima temporanea poi definitiva del principio di equivalenza. Il governo di Berna sta trattando freneticamente un accordo per evitare le conseguenze di questa misura.

Tra le ipotesi circolate in queste ore la proroga di altri due anni del principio dell'equivalenza, uno scenario per evitare la decadenza definitiva. Il Consiglio federale elvetico è corso ai ripari e nelle scorse settimane ha approvato l'introduzione dell'obbligo di riconoscimento da parte della Finma, (Swiss Financial Market Supervisory Authority) per i trader e i borker esteri che operano sulla piazza svizzera e viceversa.

Le ricadute sugli scambi potrebbero essere pesanti dal momento che oggi circa un terzo delle azioni svizzere sono negoziate all'estero, la maggior parte delle quali in Europa. Se il peso della Svizzera nell'Unione è limitato a circa il 3% del volume delle azioni scambiate (di cui il 2,5% a Londra), più pesante l'impatto sulla Borsa svizzera: secondo fonti del ministero delle finanze, il calo del volume degli scambi potrebbe essere quantificato nel 70-80%. «Le restrizioni valgono soltanto per il trading azionario non per quello obbligazionario – ha spiegato l'avvocato Olivier Favre, della law firm Schellenberg Wittmer di Zurigo -. La legge svizzera è stata cambiata per proibire gli scambi in quei paesi che impongono delle limitazioni per le transazioni sulla Borsa svizzera, ovvero in tutta Europa dal momento che i mercati svizzeri non vengono riconosciuti come equivalenti».

Il legale è convinto che prima della fine dell'anno si possa giungere a un accordo che preveda l'estensione di altri due anni il principio dell'equivalenza, dando più tempo ai negoziatori di rivedere gli accordi bilaterali in discussione. Sul tavolo oltre all'equivalenza bancaria, c'è anche il rinnovo del cosiddetto ‘miliardo di coesione', ovvero gli 1,3 miliardi con cui la Svizzera contribuisce, sin dal 2008, alla politica europea di coesione regionale, contributo formalmente indiscusso e recentemente approvato dal Consiglio degli Stati svizzero.

Un modello, quello degli accordi bilaterali tra Svizzera ed Europa, preso a riferimento dalla Gran Bretagna e dall'Unione europea con il riconoscimento del principio di equivalenza sui servizi finanziaria quando il Regno Unito sarà fuori dall'Unione europea. Modello che ora rischia di essere messo in discussione alla luce di quanto sta succedendo tra Berna e Bruxelles. «I rapporti tra Svizzera e Unione Europea mostrano che il bilateralismo su cui si andranno ad orientare le relazioni tra Gran Bretagna e Unione Europea dopo la Brexit, potrebbe andare in contro a naturali difficoltà – spiega Elia Pusterla, ricercatore in teoria politica presso lo European Insitute della LSE (London School of Economics and Political Science) -. Esso, infatti, non garantisce né l'assenza di pressioni europee, né la loro facile gestione sul piano statuale».

Secondo il ricercatore, «l’attuale negoziato tra Svizzera e Unione Europea vede infatti la reciproca disponibilità delle parti, sebbene non si sia ancora giunti a un'intesa effettiva». Un gioco di mosse e contromosse di cui a fatica si riesce ad intravedere il vincitore della partita.

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