LA CRISI POLITICA

Conte ter in salita, governo di unità improbabile: avanza lo spettro del voto

Continua la ricerca dei «volentorosi» ma il tempo stringe: già mercoledì il voto a rischio sulle comunicazione di Bonafede in Parlamento

Governo, Bettini: allargare subito maggioranza, altrimenti voto

3' di lettura

Per Giuseppe Conte la strada per puntellare la maggioranza si fa in salita. L’operazione «volenterosi» si è complicata con la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: il tempo a disposizione è poco, il quadro confuso e all’orizzonte si profila anche l’ipotesi di un ritorno alle urne come unica via d’uscita alla crisi. La tenuta del Governo verrà messa alla prova già tra mercoledì e giovedì, quando il Parlamento dovrà votare la relazione sullo stato della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Matteo Renzi ha già annunciato il voto contrario di Italia viva e, visti i numeri del voto di fiducia di martedì al Senato (156 sì, anche grazie ai senatori a vita), l’Esecutivo potrebbe subire un ribaltone e finire in minoranza.

Il centrodestra spera di sommare a Palazzo Madama i suoi 140 voti ai 16 di Iv ed esclude ogni collaborazione con l’«avvocato del popolo»: i tre principali partiti (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) sono saliti al Quirinale per sottolineare a Sergio Mattarella come le elezioni anticipate siano l’unica via percorribile. Anche se da quello schieramento c’è chi apre a una soluzione istituzionale, come Giovanni Toti (tre senatori con il suo Cambiamo!) e con lui l’azzurra Mara Carfagna. Per ora la linea del Pd è quella dettata da Goffredo Bettini: «Conte ter in poche settimane o voto».

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Le mosse del premier

Il premier si muove per cercare una via d’uscita in tempi brevi, come da impegno preso con il capo dello Stato. La ricerca ai volentrosi prosegue ma la caccia si è complicata con la vicenda Cesa che ha reso inservibile il simbolo dell’Udc come «casa» per i nuovi sostenitori del governo, come hanno messo in chiaro dal Movimento 5 Stelle prima Alessandro Di Battista e poi Luigi Di Maio.

Conte-ter

Per una vera svolta nei numeri, però, serve una fuoriuscita di altri parlamentari di Forza Italia (si parla di tre senatori azzurri pronti a fare il «salto» dopo Mariarosaria Rossi e Andrea Causin che hanno votato la fiducia a Conte) e l’adesione di singoli senatori e deputati di Italia Viva che vogliano aderire a quell’«esecutivo europeista» evocato dal premier. Per aumentare il suo potere di attrazione Conte dà seguito a quanto annunciato nelle comunicazioni in Parlamento mettendo sul tavolo una legge proporzionale. Nella giornata di venerdì 22 gennaio il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, su sollecitazione del premier, dovrebbe riunire i presidenti delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato per mettere all’ordine del giorno la riforma elettorale.
Se l’operazione allargamento dovesse andare in porto, nascerebbe un Conte ter con numeri più stabili. Il premier si dovrà dimettere per dare il via a una crisi pilotata che lo riporti a Palazzo Chigi con una squadra diversa. È lo scenario su cui insistono Pd («È una delle ipotesi che pare più chiara e anche meno pasticciata», ha scandito Graziano Delrio) e Movimento 5 Stelle.

Larghe intese

I due soci di maggioranza rigettano ipotesi alternative, come le larghe intese. Uno scenario respinto anche dalle forze che potrebbero contribuire a mettere insieme un governo di unità nazionale, vale a dire Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Ed è questa la posizione portata al Quirinale nell’incontro di giovedì con Sergio Mattarella da Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani. Ma dietro la linea ufficiale (con questo Parlamento è «impossibile lavorare») si muovono parecchi dubbi. Sono in molti, soprattutto fra gli azzurri, a pensarla come Giovanni Toti, a capo di una formazione che in Senato conta su tre senatori: «Se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come pare, non riuscirà a trovare i numeri necessari, dovremo pensare ad altri tipi di Governo e sono convinto che il centrodestra non possa sottrarsi». Sulla stessa linea l’azzurra Mara Carfagna (vicina al governatore ligure) ma anche Renato Brunetta (che parla di un «patto di riconciliazione nazionale»).

L’ipotesi urne

Sullo sfondo resta l’ipotesi di un ritorno anticipato al voto (la scadenza naturale della legislatura è marzo 2023). Uno scenario di elezioni al tempo del coronavirus sempre teoricamente praticabile ma che fino a poco fa sembrava improbabile. Eppure alla tentazione delle urne potrebbe finire per cedere lo stesso Conte che finora si è mosso con l’obiettivo di prolungare la sua permanenza a Palazzo Chigi, cominciata il primo giugno del 2018 con un governo giallo-verde e proseguita con un nuovo incarico il 5 settembre 2019. A orientare la scelta sarebbero anche i sondaggi che «quotano» un partito personale del premier oltre il 15%.

Bruno Tabacci lavora alla Camera alla formazione di un gruppo di “costruttori” da ospitare nel suo Centro democratico ma nelle ultime ore ha perso un po’ dell’ottimismo dimostrato finora: «Se la maggioranza non si rafforza - ha ammesso - il passaggio elettorale sarà inevitabile».

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