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Tra disoccupati e scoraggiati quasi 5 milioni di persone da inserire al lavoro

Secondo un’analisi di Randstad research, nonostante la ripresa, nel nostro paese continua il paradosso causato dal mismatch. Diminuisce il tasso di disoccupazione, ma crescono le offerte di lavoro scoperte: ogni 100 disoccupati in meno, ci sono 24 posti vacanti in più

di Cristina Casadei

(gpointstudio - stock.adobe.com)

4' di lettura

Tra disoccupati e scoraggiati nel nostro paese devono essere riportate nel mercato del lavoro quasi 5 milioni di persone. Come se non bastasse la dimensione numerica molto rilevante, il nostro paese deve anche fare i conti con un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che non accenna a diminuire. «Le cause strutturali dei colli di bottiglia del nostro mercato del lavoro sono diverse - spiega Daniele Fano, coordinatore del Comitato scientifico di Randstad Research -: ci sono aspetti retributivi, demografici, sociali, ma soprattutto l'inadeguatezza di percorsi formativi poco orientati alle professioni richieste dal mercato e non al passo con l'innovazione tecnologica. E poi la natura della nostra disoccupazione, di lungo periodo, con oltre metà delle persone in cerca di lavoro in Italia disoccupata da più di un anno». In questo non aiuta quella che Fano definisce la «storica debolezza delle politiche del lavoro», che « relega troppi giovani, donne in età lavorativa, uomini vicini all'età della pensione tra gli inattivi ed esaspera il paradosso di un’elevata difficoltà di reperimento delle figure professionali desiderate da parte dei datori di lavoro, per non parlare dei tanti attivi che hanno scelto invece di far carriera all’estero». La vera svolta può però «arrivare dal Pnrr, che investirà importanti risorse in questi ambiti, ma il cui sforzo andrebbe decuplicato per poter risolvere pienamente la situazione».

La curva di Beveridge

Osservando la curva di Beveridge non arrivano notizie confortanti: lo strumento permette di analizzare l’efficienza dei diversi mercati del lavoro misurando la variazione percentuale del tasso dei posti vacanti al variare della disoccupazione. I numeri analizzati da Randstad research, presentati al Cnel, ci dicono che nella doppia crisi vissuta dall’Italia tra il periodo 2005-2009 e 2015-2019, la “curva di Beveridge” ha mostrato un forte peggioramento con aumento sia del tasso di disoccupazione che dei posti vacanti, arrivando a un punto di rottura dal quale tuttora non ci siamo ristabiliti. Passato il periodo Covid, caratterizzato anche dal blocco dei licenziamenti, la ripresa del lavoro 2022 ne sconta l’eredità: mentre diminuisce il tasso di disoccupazione continua a crescere il numero di offerte di lavoro scoperte. Oggi, ogni 100 disoccupati in meno si contano mediamente 24 posti vacanti in più. E il numero di persone da riportare nel mercato del lavoro è comunque importante. Vediamo.

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Disoccupati e scoraggiati

A fine 2021, in Italia, secondo l’analisi di Randstad research, c’erano 2,3 milioni di disoccupati. A questi vanno aggiunti coloro che sarebbero disponibili a lavorare anche se un lavoro non lo cercano: gli “scoraggiati” inattivi che hanno rinunciato a cercare un impiego, sono ben 2,5 milioni. Facendo la somma si arriva così a contare ben 5 milioni di persone da coinvolgere nel mercato del lavoro, tra cui molti giovani, donne e esodati.

Le maggiori criticità al Sud

Analizzando la distribuzione territoriale, in tutte le regioni del Mezzogiorno gli scoraggiati predominano sui disoccupati, con le quote maggiori in Basilicata e Molise, dove la percentuale raggiunge il 70,9% e il 65,9%. Tra le motivazioni che hanno portato la Curva Di Beveridge italiana a peggiorare nel periodo 2005-2009 e 2015-2019, secondo Randstad Research, c’è proprio la disoccupazione di lunga durata, che causa una de-professionalizzazione dei profili. Seppure allineata alla media OCSE nella classifica di disoccupazione tra 6 mesi e un anno (15% nel 2020), l’Italia è al primo posto per disoccupati da più di 6 mesi, quasi il 70% del totale delle persone senza lavoro, più del doppio della media (33%). Alla fine del 2021, il 49% dei disoccupati italiani non lavorava da meno di un anno, il restante 51% da più di 12 mesi. Il 20,4% dei disoccupati lo è da più di 3 anni. Ma sono forti le differenze regionali: i disoccupati oltre i 30 mesi sono concentrati in alcune regioni del Sud. Se Basilicata, Molise, Sardegna, Puglia, Campania, Sicilia e Calabria sono in forte difficoltà, c’è invece un gruppetto di regioni caratterizzate da molta efficienza dove spiccanoTrentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Valle d'Aosta e Toscana, seguite da un gruppo intermedio con Piemonte, Marche, Liguria, Umbria, Lazio e Abruzzo, caratterizzate da media efficienza.

I settori

Oltre ai divari regionali ci sono anche i divari settoriali. Confrontando il rapporto tra posti vacanti e disoccupazione, Randstad research evidenzia in particolare due casi, quello dell’informatica, dove c’è scarsissima disoccupazione ma grande difficoltà di reperimento, e quello della ristorazione, dove insieme a una difficoltà di reperimento si associa elevata disoccupazione.

Le competenze

Per risolvere i problemi di disallineamento tra domanda e offerta, è fondamentale che i lavoratori acquisiscano le competenze che servono alla domanda. Prima di tutto quelle “abilitanti” (linguistiche e di calcolo in primis), poi quelle specialistiche e trasversali. Da un esercizio di correlazione tra i tassi di disoccupazione regionali e i risultati dei test Invalsi, emerge un significativo rapporto inverso: dove la disoccupazione è più alta, i test Invalsi evidenziano i risultati peggiori. Sembra esserci un circolo vizioso che chiede con urgenza «il rilancio delle politiche attive contro l’abbandono scolastico. Il recupero dei Neet, la formazione dei disoccupati e degli inattivi - dice Daniele Fano - sono alcune leve da cui ripartire per facilitare le transizioni occupazionali, migliorare l’occupabilità dei lavoratori e innalzare il livello delle tutele attraverso la formazione».

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