Economia e Societa

Tra i filari scorre la storia del Novecento

di Stefano Salis


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3' di lettura

«De tui - Di nanta mali»: in sardo campidanese significa «Di te - Dicono male». Il sintagma, in realtà, è il nome di una coppia di buoi. Glielo ha dato il loro padrone, Felice, di nome e di fatto, allevatore da sempre. I buoi si chiamano così, in Sardegna, a coppia, a giogo; e questi due magnifici esemplari, 27 quintali in due, troneggiano maestosi alle porta della vigna di Iselis, una delle proprietà della più famosa realtà enologica sarda, la casa Argiolas (quella del Turriga) di Serdiana, immediato retroterra collinoso di Cagliari. Pacifici, pazienti, ieratici: attendono che riempiamo il carro dietro di loro. Aspettano il carico di uva, proprio come sarebbe accaduto decenni fa. Siamo appena fuori dal paese e la famiglia Argiolas festeggia gli 80 anni di attività imprenditoriale. Per farlo, ha scelto una maniera molto originale: vendemmiare (si tratta solo pochi filari, ovviamente) come si faceva all’epoca del fondatore dell’azienda, Antonio. No, non c’erano le macchine vendemmiatrici, nel 1938, figurarsi, e il mezzo di trasporto pesante, nelle vigne, erano, appunto, i buoi. Eccoci, con un gruppo di fortunati (rivenditori convenuti da mezzo mondo, distributori e importatori di vino), a “giocare” a «sa binena», la vendemmia. Ci danno una maglietta e ci dividono in squadre: ciascuna qualche filare di piante; raccogliamo Monica, nera e gracile, grappoli maturi, gonfiati dalla pioggia recente – che oggi ci risparmia: il cielo di Serdiana è una magnifica campitura azzurra alta su di noi – che rende l’annata ancora incerta; probabilmente darà vini più morbidi e freschi di quelli del 2017 , annata torrida, vini forti, spigolosi. Abbiamo a disposizione solo cesoie («ferrus»), ceste di legno, qualche sacco di iuta; forza di volontà e la nostra energia umana, finché dura. Ma per fortuna per noi è un gioco e la famiglia Argiolas, alla terza generazione di produzione di vini eccellenti, vigila bonariamente, e si prende carico di ciascun gruppo. Riempite le ceste, si porta l’uva verso il tino collocato sul carro dei buoi; più tardi, seguirà la macinazione dell’uva sulla «mola de acina» (che effettua una prima spremitura meccanica); ribadita da una successiva, sorridente, premuta soffice a “piede libero”: sui tini si esercitano i bambini. Il gioco finisce: inizia la festa. Spuntino e cena, lussuosa, in vigna.

L’idea di Argiolas non è stata male. Alla fine della serata, la distanza che ci separa dai tempi eroici del fondatore («Tziu Antoni» per tutti, morto nel 2009 a 102 anni, coronati da molti successi) è evidente, ma forse è utile, soprattutto per chi lavora nel vino, provare l’esperienza. Per paradosso, poi, abbiamo vendemmiato nella vigna di Iselis, quella dove l’azienda fa più innovazione; oggi siamo voluti tornare indietro nel tempo. Eppure la simpatica scampagnata tra i pampini è un modo di ricordare a tutti (impegnati come siamo a parlare e descrivere bere e degustare vini...) quanta passione, fatica, lavoro, e competenza, quanto sapere e sudore materiale, ci vuole a produrre un vino di grande identità come sanno fare da queste parti.

Il messaggio arriva forte e chiaro: abbiamo percorso un tratto di storia del Novecento, vedendolo sfilare in pochi, significativi, momenti. Un monito sulle difficoltà di avere a che fare con una materia delicata come l’uva, incerta come la natura, eppure possibile da domare, e, anzi, condurre a prodotti di qualità, capaci di raccontare, in ogni angolo del mondo, una storia singolare. Oggi l’azienda guidata dai figli e dai nipoti di Antonio è in buone, salde e sagge mani. Nel quartier generale, in paese (che dovrebbe vedere la nascita, in un anno, anche di un piccolo hotel e di un ristorante), tre bellissime tele cucite di Maria Lai, la grande artista sarda che ha tessuto la storia di questa isola con una forza che pochi altri hanno avuto. In ciascun quadro Maria ha scritto frasi che sono il segno più forte del suo genio. «Come l’arte il vino esige la conquista e la pratica di un mestiere», sentenzia la prima. «Come l’arte il vino è cibo e immaginazione», stabilisce la seconda. «Come l’arte il vino accende memorie e verità» profetizza l’ultima. Che bellezza, che emozione, che forza in questa frase: ecco, cosa è stata, in fondo, questa giornata, ed ecco cosa dice, a notte inoltrata, mentre le mille lucine in vigna fanno il verso alle stelle e la luna sorge ampia sulle viti, il superbo Turriga 2008 cha sa di mirto, lentisco, che sa di Sardegna, e accompagna l’immancabile maialetto. Il senso stesso di lavorare la vigna, di ottenere il vino, di condividerlo. Quello che qui fanno da 80 anni, appena un soffio nel tempo, sapendo che è prima di tutto un rito laico che si ripete da millenni. E che per farlo bene ci vuole impegno, dedizione, collaborazione. Rispetto, conoscenza, fantasia, forza di vita. Memoria. E verità da accendere.

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