analisiriforma fiscale

Tra flat tax e fisco alla tedesca, qual è la ricetta giusta per l’Italia?

S'impone una riforma strutturale del prelievo che, salvaguardando il principio costituzionale della progressività, agisca sia sul fronte della tassazione diretta alla fonte (dunque l'Irpef), sia su quello delle detrazioni/deduzioni

di Dino Pesole

(caifas - stock.adobe.com)

4' di lettura

Dalla Flat tax, che torna sotto forma di un emendamento di Forza Italia alla legge di Bilancio (15% a partire da 50mila euro di reddito familiare). alla patrimoniale sui super-ricchi proposta da Nicola Fratoianni (Leu) e dal Dem, Matteo Orfini, per finire con il “fisco alla tedesca” che raccoglie il favore del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri e di buona parte del Pd. Fioccano le proposte in sede politica e parlamentare, in attesa che il governo scopra le carte sulla riforma complessiva del sistema fiscale che dovrebbe puntare (come segnalato dalla Nadef) a migliorare “l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno unico e universale per i figli”. Il cantiere della riforma dovrebbe partire dal prossimo anno, ma quale riassetto generale del sistema fiscale sarebbe effettivamente in grado di ridurre il peso della tassazione sui contribuenti onesti, intervenendo sul cuneo fiscale e operando al tempo stesso il necessario sfoltimento delle numerose agevolazioni presenti nell' attuale ordinamento?


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I dati parlano chiaro

Stando al rapporto “Revenue Statistics” dell'Ocse, nel 2019 l'Italia si è attestata al quinto posto tra i Paesi industrializzati per l'incidenza della tassazione. La pressione fiscale è stata al 42,4% del Pil, in aumento rispetto al 41,9% dell'anno precedente, contro una media Ocse del 33,8%. Nel 2018 eravamo in settima posizione. La classifica assegna il primo posto alla Danimarca con entrate da tassazione pari al 46,3% del Pil (dal 44,4% del 2018). A seguire, la Francia (45,4% dal 45,9%), la Svezia e il Belgio, entrambi al 42,9% dal 43,9%. A un livello pari a quello italiano si trova l'Austria con il 42,4% dal 42,2%, mentre la Finlandia è al 42,2%. Ma il dato statistico sulla pressione fiscale non fotografa il peso effettivo che i contribuenti subiscono (tasse e contributi), a causa dell'alto livello di evasione stimata attorno ai 110 miliardi l'anno. Ne consegue che il livello reale di tassazione supera in buona parte dei casi il 50 per cento. S'impone – e non da oggi – una riforma strutturale del prelievo che, salvaguardando il principio costituzionale della progressività, agisca sia sul fronte della tassazione diretta alla fonte (dunque l'Irpef), sia su quello delle detrazioni/deduzioni. Al tempo stesso è prioritario alleggerire il peso del fisco sul lavoro. Per attuare una riforma così concepita, occorrono risorse ingenti, da distribuire in un arco pluriennale. Non si potranno a questo fine utilizzare le risorse del Recovery Fund che sono per definizione temporanee, mentre per finanziare la riforma fiscale occorrono coperture strutturali e permanenti. Il ministro Gualtieri ha fatto sapere che la riforma fiscale “deve essere autofinanziata con la riduzione delle tax expenditures e il contrasto all'evasione fiscale”, ma è evidente che occorrerà anche individuare coperture aggiuntive dal lato della spesa corrente.

Una riforma per sostenere i consumi

Oltre al sacrosanto obiettivo di prevedere con una nuova curva dell'Irpef e con la revisione del sistema di sconti e detrazioni d'imposta una tangibile riduzione del peso fiscale (a beneficio soprattutto dei redditi medi e medio-bassi), la riforma dovrebbe puntare a sostenere la crescita attraverso l'incremento dei consumi quale effetto indotto e auspicato della maggiore disponibilità di reddito. Anche da questo punto di vista, gli addendi che comporranno la riforma in itinere dovranno essere calibrati con grande attenzione. Fondamentale l'intervento incisivo e strutturale sul versante del costo del lavoro, che rappresenta un passaggio fondamentale per stimolare la ripresa degli investimenti e la produttività nel suo insieme, stagnante da diversi anni e ancor prima dell'esplodere della pandemia. Sia se si optasse per il “sistema alla tedesca” (quattro scaglioni e un'aliquota variabile che cresce in funzione del reddito), sia se si decidesse di ritoccare l'attuale struttura di aliquote e scaglioni, occorrerebbe intervenire sugli elementi di criticità dell'Irpef, imposta che non pare più in grado di garantire l'equa distribuzione del prelievo. La riforma andrebbe accompagnata da una nuova, massiccia dose di semplificazione degli adempimenti tributari, a beneficio delle imprese e dei singoli contribuenti. Quanto alle cosiddette “tax expenditures”, l'ultima ricognizione ne ha contate circa 533, per un costo annuo di 63 miliardi. Nell'elenco non sono comprese le detrazioni per carichi familiari o per lavoro dipendente. Il totale è di oltre 700 spese per un costo superiore ai 100 miliardi annui. La scelta su come intervenire è evidentemente tutta politica, al pari delle strategie da perseguire per combattere l'evasione fiscale, attraverso un mix di deterrenza e di azioni mirate ad incrementare l'adempimento spontaneo al pagamento delle imposte (la cosiddetta “tax compliance”). In assenza di questa fondamentale precondizione, ogni possibile modello di riforma non riuscirà a centrare il suo obiettivo principale, che è quello di ripristinare l'equità del prelievo.

La variabile politica

Proprio perché la riforma fiscale è da diversi punti di vista la madre di tutte le riforme (insieme a quella dell'amministrazione pubblica), sarebbe auspicabile che da parte delle diverse formazioni politiche giungessero messaggi il più possibile univoci e coerenti, pur nella doverosa differenziazione tra le diverse ricette proposte. Che si lanci in questa fase (da parte di parlamentari della maggioranza ) il tema della patrimoniale – se pur concentrata sui cosiddetti super ricchi - appare fuorviante e pericoloso. Sarebbe opportuno che il Pd (e la maggioranza nel suo insieme) convergessero rapidamente su una linea comune su un argomento così delicato e rilevante. Non sarà semplice individuare una sintesi tra le diverse anime che compongono l'attuale maggioranza, ma non si potrà prescindere dalla necessaria individuazione di linee portanti condivise. L'opposizione fa il suo mestiere, ed è giusto e comprensibile che si cavalchino cavalli di battaglia come la Flat tax, a patto che gli interventi che si prospettano siano sostenuti da coperture certe e strutturali. Altrimenti, nel primo caso come nell' altro, la sensazione è che si sia pressoché esclusivamente alla ricerca di un facile consenso a breve. Non proprio l'ingrediente migliore per una riforma di tale rilevanza come quella fiscale.

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