Letteratura

Tra gli ingranaggi dell’abuso

di Elisabetta Rasy

 Elisabeth Harrower nel 1966

4' di lettura

Malgrado prestigiosi autori australiani, come Christina Stead e Patrick White, l’abbiano considerata una grande narratrice, Elizabeth Harrower non appartiene a quella schiera di autori considerati writer’s writer , cioè quegli scrittori dalla sofisticata e intelligente ma non popolare scrittura apprezzati soprattutto dagli altri scrittori: fino agli anni Settanta in Australia, ma anche nel vasto mondo di lingua inglese, Harrower era letta da un pubblico ampio, stimata dai critici e sostenuta dagli editori. Poi il silenzio, per sua stessa decisione. Nel 1971, quando il suo romanzo In certain circles stava per essere pubblicato improvvisamente decise di ritirarlo, senza dare spiegazioni lo consegnò alla National Library of Australia e sparì dalla circolazione. Più tardi dichiarò che all’epoca sua madre era morta da poco e che questo lutto l’aveva paralizzata. A niente valsero incoraggiamenti e pressioni di scrittori amici, come appunto Patrick White, premio Nobel proprio in quegli anni (1973), a convincerla a ritornare sulla scena letteraria. Dopo quello, il quinto dei suoi romanzi, non si sentì più parlare di lei. Fino a quando, cinque anni fa, una coppia coraggiosa e colta di editori australiani decise di ritirare fuori i suoi testi e un coro di critici tra Australia, Stati Uniti e Inghilterra, sorpresi quanto ammirati, decretarono unanimemente che la misteriosa Harrower, nata nel 1928, era una delle più importanti scrittrici del Novecento.

Primo dei libri ritirati fuori dalla casa editrice Text di Sydney fu The Watch Tower, che adesso viene pubblicato in italiano da Baldini e Castoldi con il titolo Gli sguardi addosso, nella ammirevole traduzione di Raffaela Patriarca. Dico ammirevole perché la prosa di questa ora ottantanovenne autrice non a caso è stata definita sconcertante da alcuni dei suoi lettori americani. È colta ma anche violenta, passa da un dialogo fitto e quotidiano a scontri verbali che fanno pensare ai drammi nordici del primo Novecento – la scena di Ibsen – per estremismo emotivo, alterna una introspezione psicologica serrata a lunghe digressioni paesaggistiche e meditative, è a volte crudele a volte carica di pietas, spesso brutale e talvolta straziante nella rappresentazione delle figure femminili e di quelle maschili.

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La storia comincia come un romanzo sentimentale ottocentesco: due ragazze, Laura e Clare, rimangono orfane di padre e dovranno cavarsela nel mondo con i propri poveri mezzi. La madre, che sembra piuttosto una matrigna, toglie la più grande da scuola: Laura voleva diventare medico come il padre, invece dovrà occuparsi di dattilografia e stenografia per aspirare , se le va bene, a un impiego di segretaria. La segretaria, negli anni Quaranta in cui si svolge la storia, è una sorta di casalinga del lavoro: a disposizione in ufficio come una donna di casa lo è in famiglia. La maggiore delle sorelle, dunque, si sacrifica con la speranza di far studiare almeno la più piccola. Speranza che si ravviva quando il suo datore di lavoro le chiede di sposarla. Qui, con la madre che parte per l’Inghilterra congratulandosi con la figlia perché diventerà una rispettabile donna sposata con una bella casa, finisce il romanzo ottocentesco e comincia quello contemporaneo. In due parole: il matrimonio si rivelerà un inferno. La sottomissione di Laura, il fatto che non abbia nulla e nessuno alle spalle e soprattutto che a causa dell’educazione dell’epoca non abbia alcuna considerazione di se stessa, ne farà il bersaglio prediletto della violenza psicologica poi anche fisica del marito Felix.

Con una lenticolare accuratezza Elizabeth Harrower entra nelle pieghe non solo della mortificazione quotidiana che il marito infligge alla moglie, alternando offese e disprezzo a sfruttamento e privazioni, ma anche della psicologia contorta dell’uomo, che non è un criminale o un persecutore di professione ma uno sbandato, un individuo infelice, irrisolto e instabile che fa pagare il prezzo della sua disperazione tutto intero alla moglie. Ma soprattutto la scrittrice entra nella deriva psicologica di lei: un percorso di continua sottomissione affrontato con cieca devozione perché Laura, la ragazza senz’arte né parte, sente di dover gratitudine all’uomo che l’ha scelta come sposa.

Nella costruzione narrativa di Elizabeth Harrower non c’è nessuna piega ideologica, nessuna lezione femminista (si è sempre detta estranea al movimento), nessuna rivendicazione ideale: solo una precisione agghiacciante nel descrivere il meccanismo della dipendenza da una parte, dell’abuso dall’altra, prima che tutto questo fosse individuato, analizzato e definito da una nuova consapevolezza femminile. È un quotidiano e domestico teatro della crudeltà, raccontato con tale profonda acutezza da risultare per nulla invecchiato nel passaggio del tempo. Anche perché accanto alla terribile storia di Laura e Felix nell’architettura del romanzo ce n’è un’altra non meno importante. La storia della più piccola delle due sorelle, Clare la lunatica, come la definiscono prima la madre poi la stessa Laura.

La vicenda della ragazzina sembra scorrere in sordina accanto a quella dell’altra ragazza, che cerca di convincerla con tutti i ricatti che l’affetto può inscenare a condividere con lei un destino di sottomissione e dipendenza. Ma Clare è diversa: malgrado le pressioni della sorella, malgrado le angherie del cognato e l’indifferenza se non l’ostilità del mondo circostante, dalla sua finestra di prigioniera, la sua watch tower, torre di guardia, non rinuncia a guardare il mondo, a cercare di capirlo e a collocare se stessa all’interno di questa comprensione. La sua è una ribellione silenziosa, ma non inerte, anche lei come Nora di Casa di bambola e tante altre eroine novecentesche alla fine di questo romanzo terribile e affascinante, implacabile atto di accusa nei confronti della misoginia che abbiamo (abbiamo?) attraversato, riuscirà ad andarsene dalla casa prigione e a mettersi in viaggio. Alla ricerca della libertà, ma prima ancora alla ricerca di se stessa.

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