analisiverso le urne

Tra larghe intese e governo di scopo, i possibili scenari post voto

di Emilia Patta

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4' di lettura

La cronaca politica delle ultime ore, dopo settimane in cui i leader dei vari partiti hanno escluso ipotesi di larghe coalizioni o di "inciuci" variamente denominati, ci restituisce qualche elemento di verità. A partire dal presidente del Senato e leader degli scissionisti di Leu Pietro Grasso, che a Porta a Porta ha candidamente dichiarato che in caso di stallo post elettorale il suo partito è disposto a partecipare a un governo di scopo con il Pd di Matteo Renzi e con Fi di Silvio Berlusconi con l'obiettivo di riformare la legge elettorale e ritornare rapidamente alle urne.

Insomma l'ipotesi di un governo di coalizione - di breve o lunga durata che sia - trasversale agli schieramenti in campo, che era uscito dalla porta degli slogan ufficiali («votare Pd significa votare per il governo Renzi-Berlusconi», ripete spesso lo stesso Grasso con i leader scissionisti Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema) , sembra rientrare dalla finestra delle meditazioni più accorte. È come se a poche ore dal voto i leader cominciassero ad ammettere che "il re è nudo", ossia che con l'attuale legge elettorale ad impianto prevalentemente proporzionale nessuno dei partiti o degli schieramenti in campo ha la reale possibilità di vincere da solo.

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Vittoria del centrodestra
Gli unici leader che possono sperare, in realtà, di fare un governo in autonomia senza scendere a patti dopo il voto con i partiti avversari sono Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. La coalizione di centrodestra, che comprende anche Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e la cosiddetta quarta gamba centrista di Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, è l'unica che stando agli ultimi sondaggi pubblicati potrebbe sfiorare quota 40%: in questo caso, grazie all'effetto maggioritario del 37% di collegi uninominali e a condizione che il centrodestra batta il M5S nella maggioranza dei collegi del Sud dove il Pd è debole, Berlusconi e Salvini avrebbero la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere o almeno in una (presumibilmente il Senato, dove i giovanissimi propensi verso il M5S non votano). In questo caso un governo di centrodestra potrebbe partire, ferme restando le incognite politiche derivanti dalle differenze programmatiche tra una Lega anti-europeista e Fi.

Governo di larga coalizione o di larghe intese
Se invece il centrodestra dovesse restare lontano, alla conta dei seggi in Parlamento, dall'autosufficienza partirebbero le trattative per un governo di larga coalizione o di larghe intese che dir si voglia tra i due principali possibili partner: il Pd e Fi. Tuttavia un governo di intesa più o meno larga come quelli che abbiamo conosciuto nella legislatura che si sta concludendo con i premier Letta, Renzi e Gentiloni potrà nascere ad una condizione: ossia che il Pd tenga alla prova del voto, non scendendo sotto il 23/24%, e che con l'aiuto dei suoi piccoli alleati riesca a costituire il primo gruppo parlamentare davanti ai 5 stelle. Gli alleati di Civica popolare, Insieme e Più Europa dovrebbero insomma superare l'1% (al di sotto i voti andrebbero dispersi) ma non superare la soglia di sbarramento del 3% in modo da non avere eletti diretti "regalando" al Pd un 4-5% in più. Se invece il Pd dovesse avere un cattivo risultato e non fosse il primo gruppo parlamentare l'ipotesi di un governo politico di larghe intese perderebbe rapidamente quota: per una questione di numeri in Parlamento, dal momento che in caso di cattivo risultato del Pd l'unione con Fi e con i centristi non produrrebbe la maggioranza dei seggi; e ancor di più per ragioni politiche: il partito di Matteo Renzi può permettersi un altro governo di larghe intese solo se sarà in grado di esprimere il premier, mentre non potrebbe permettersi di appoggiare un premier espresso da Fi pena l'implosione del partito. Per questo l'obiettivo di essere il primo gruppo parlamentare è per Renzi tanto importante. Da qui, anche, la decisione delle ultime ore del leader del Pd di spingersi a non escludere l'opposizione («se il Pd non dovesse esprimere il primo gruppo parlamentare siamo pronti ad andare all'opposizione, non è che ce l'ha detto il dottore di andare al governo»). Insomma, meglio l'opposizione che l'appoggio ad un governo guidato da altri.

Governo di scopo o di "tregua"
Se anche un governo di larghe intese tra Pd, Fi e centristi non fosse possibile resterebbe la soluzione adombrata pubblicamente da Grasso: un governo di scopo o se si preferisce di "tregua" che abbia la forte impronta del presidente della Repubblica e che abbia tra gli obiettivi quello di riscrivere la legge elettorale e di ritornare presto alle urne in un quadro politico presumibilmente più chiaro. A siffatto governo, che dovrebbe essere guidato da una figura superpartes e non da leader politici, oltre a Pd, Fi e centristi parteciperebbe appunto Leu e forse anche la Lega. Più difficile che partecipi il M5S, anche se il primo partito vorrebbe in tal caso dire comunque la sua sulle regole elettorali. C'è già chi, in ambienti parlamentari democratici e forzisti, si spinge a immaginare anche una mini-revisione della Costituzione in modo da eliminare il bicameralismo perfetto per poter puntare su una legge elettorale più maggioritaria dell'attuale, con un sistema basato su un premio di maggioranza o sui collegi uninominali. A poco più di una anno dalla bocciatura della riforma costituzionale via referendum appare difficile l'ipotesi di mettere di nuovo in cantiere una riforma costituzionale, sia pure limitata a un solo aspetto. Eppure il tema potrebbe tornare d'attualità in caso di stallo post-elettorale e conseguente crisi politico-istituzionale.

Governo "sovranista"
Resta infine, almeno sulla carta, un'altra possibile soluzione per il governo: la coalizione "sovranista" tra M5S e Lega. Una soluzione politicamente difficile, perché spaccherebbe sia il Movimento sia il partito di Salvini, e sicuramente non gradita al Colle e a Bruxelles. Ma che non si può escludere a priori in caso di un risultato oltre le aspettative dei Pentastellati e del partito di Salvini. Il leader del Pd Renzi, ad ogni modo, evoca lo spauracchio: «Il rischio di un governo estremista c'è, non escludo nemmeno un governo tra Grillo e la Lega. Ecco perché dico voto utile, voto utile, voto utile». Ancora più improbabile la soluzione inversa, con il M5S alleato di un Pd "derenzizzato" e di Leu come è stato più di una volta evocato da D'Alema e Bersani: con Renzi o meno, il Pd non potrebbe mai sostenere un governo siffatto pena il suicidio politico del partito.

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