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Tra pace e guerra non c’è una via di mezzo

Il titolo di questa prosa domenicale volge in italiano, con tono andante e sbrigativo, l’incisiva densità d’una frase latina: “Inter pacem et bellum nihil est medium”

di Natalino Irti

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3' di lettura

Il titolo di questa prosa domenicale volge in italiano, con tono andante e sbrigativo, l’incisiva densità d’una frase latina: “Inter pacem et bellum nihil est medium”. È di Cicerone, il supremo stilista della romanità; e si trova nell’ottava filippica, pronunciata, al pari delle altre, contro Marco Antonio.

‘Nihil est medium': nulla è tra i due termini, così enunciati, e vissuti in rigida alternativa. C’è di mezzo il nulla, l’impossibilità logica di una qualsiasi condotta, di un agire che abbia senso nella storia degli uomini. La quale conosce bensì l’intermedio, il conciliante, il negoziato, il transattivo, ma recisamente lo esclude nella polarità estrema di guerra e pace.

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Queste sono situazioni, in cui gli uomini raggiungono il più alto grado di intensità, si tendono fino allo spasimo, e avvertono che è in giuoco l’identità di ciascuno, si voglia individuo o Stato. Le classiche pagine di Carl von Clausewitz illuminano circa l’inesorabile reciprocità della guerra, di questo ‘urto di forze viventi': “Fintanto che non ho abbattuto il nemico, devo temere che egli abbatta me, quindi non sono più padrone delle mie azioni, ma egli impone a me la legge come io la impongo a lui”.

Questa ferma distinzione, che, come è ovvio, chiama gli uomini politici e i governi alla responsabilità della decisione, si è andata sfumando e corrompendo per una sorta di dissimulazione o ipocrisia internazionale. Il ‘medium' si è riempito di ‘misure' e ‘contro-misure', di ‘sanzioni' (non irrogate da alcun giudice e senza alcun processo), di ‘aiuti', e militari e finanziarî, agli Stati in guerra. Le parole ‘guerra' e ‘pace' hanno perduto la loro esclusiva perentorietà, e vengono annebbiate e velate di pudori politici. Cicerone ne sarebbe sconvolto, egli che, proprio nella ottava orazione, si affatica a distinguere il ‘tumultus' dal ‘bellum'.

Del fenomeno ebbe piena consapevolezza Carl Schmitt, grande e controverso proprio per penetrante lucidità e impietosa sincerità delle diagnosi storiche. Il quale già nel 1938 denunciava la “abnorme situazione intermedia tra guerra e pace, in cui tutte e due le cose sono mischiate”, e ne ravvisava la causa, non soltanto nella legalità ginevrina (della Società delle Nazioni), ma anche nella “estensione dell’idea di guerra alle attività non militari - economiche, propagandistiche ecc. – dell’inimicizia”. A titolo di merito per la scienza giuridica italiana, è pur da rammentare che Schmitt richiamava il nostro internazionalista Arrigo Cavaglieri, autore nel 1915 di un saggio critico circa i ‘mezzi coercitivi al di fuori della guerra'.

La dissimulazione svigorisce di significato le norme costituzionali (come l’art. 11 della nostra Carta), e falsa la posizione delle parti politiche e dei governi, i quali nascondono a sé stessi, con inganni psicologici e linguistici, l’autentica realtà delle decisioni assunte. La serietà educativa della politica, necessaria e salvifica in tempi calamitosi come il nostro, vorrebbe il ritorno alla nettezza classica, alla scelta, grave e profonda, tra guerra e pace, senza velami linguistici e tardivi pudori di coscienza, ma con la piena e radicale assunzione di responsabilità. Le formule intermedie sono scuola di ‘non onesta' dissimulazione. Che tocca i dibattiti parlamentari, gli indirizzi di governo, le pubbliche dichiarazioni, le notizie diffuse da stampa ed altre fonti comunicative.

Il cittadino è come smarrito, non sa se lo Stato, a cui pure appartiene, sia in guerra, e dunque nella necessità di sacrificî e rinunzie, o in sereno periodo di pace.

La coscienza individuale e collettiva non ha la chiarezza indispensabile per vivere tempi difficili.

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