il libro di mario calabresi

Tra paura e resilienza, la mattina dopo

Come si affrontano dolori, lutti, delusioni e sensi di colpa

di Eliana Di Caro


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(Adobe Stock)

4' di lettura

La mattina dopo riguarda ciascuno di noi, perché tutti – in modo diverso - l’abbiamo vissuta. Un lutto, una delusione sentimentale, un’ingiustizia sul luogo di lavoro, una catastrofe naturale, la fine di un’amicizia: all’indomani c’è la necessità di non lasciarsi sopraffare, di trovare una motivazione per andare avanti, di capire come farlo al meglio.

Ecco perché nel nuovo libro di Mario Calabresi, che nella sua vita si è imbattuto in più “mattine dopo”, il lettore a volte si identifica, a volte segue il flusso delle emozioni dell’autore, che parte dall’esperienza di sentirsi annunciare ex abrupto il suo licenziamento a «Repubblica» («mi avevano detto, con la stessa naturalezza di cui si parla del meteo, che avevano scelto un altro direttore»). La mattina dopo ha preso un aereo alle 7:30, destinazione Madrid, per andare a trovare Roberto Toscano, ex diplomatico ed editorialista, cui si sente vicino. È il suo modo per combattere l’incubo che lo accompagna nei primi giorni di questa nuova fase: sogna di guidare la riunione di redazione al mattino, dopo aver letto i giornali e aver chiesto conto di un titolo sul web che non funziona, in un ufficio in cui rimangono tutti in silenzio e inerti.

Così Calabresi racconta, con semplicità e garbo, la decisione di costruire delle giornate che avessero un senso, recuperando tutto quel che “un giorno” si riprometteva di fare e che, nella quotidianità di un’esistenza frenetica e piena, veniva inevitabilmente rimandato. Ora ha il tempo di farlo, un tempo che può diventare persino pericoloso se non lo gestisce e occupa con intelligenza. E così si dedica a una meticolosa indagine sulle origini della sua famiglia, mantenendo una promessa fatta alla nonna materna; cammina un’ora e mezza al giorno senza cellulare e senza cuffiette; incontra persone che aveva conosciuto magari fuggevolmente e le ascolta: quasi tutte hanno le loro mattine dopo da raccontare. Viene fuori la vicenda di Daniela De Blasis, una passione per il canottaggio stroncata da un banale incidente stradale che la lascia paralizzata: è in cura nello stesso centro di riabilitazione dove Calabresi è andato a trovare Omero Ciai – grande amico oltre che collega, colpito da un ictus – e dove combatte per fare ogni giorno un passo avanti perché «solo chi muore si ferma». O la storia del giovane medico catanese Damiano Cantone, fra i tre sopravvissuti di un disastro aereo nel Sud Sudan. La sua mattina dopo è durata a lungo, si è dovuto riprendere da una triplice frattura del bacino, fratture vertebrali multiple, polso destro rotto come il naso e la mandibola, dalla perdita di 22 chili nel corso della degenza, oltre che dal senso di colpa nei confronti dei 26 morti. Ma la volontà di tornare in Africa c’è sempre. Come probabilmente non scema il desiderio di un esiliato di tornare a casa, nella propria terra. È quel che si intuisce dalla testimonianza di Yavuz Baydar, giornalista turco che nel luglio 2016 decide di lasciare Istanbul presagendo il colpo di stato imminente. Deve scegliere in poche ore che cosa prendere e che cosa lasciare, libri, oggetti, ricordi. Nel suo caso la mattina dopo comincia dal superamento del posto di confine a Pazarkule, una volta entrato nel territorio europeo, in viaggio verso la Grecia. Niente sarà più come prima, per Yavuz.

Alle storie altrui Calabresi alterna le proprie, un mosaico che comporrà il libro cui sta lavorando, come spiega a chi gli chiede, di fronte al vuoto improvviso delle sue giornate, «e adesso che cosa fai?» oppure a chi osserva con leggerezza «beh, adesso puoi farti un po’ di vacanza». Un capitolo è dedicato a Tonino, il secondo marito della mamma Gemma, che ha cresciuto lui e i suoi fratelli. Ora, oltre al tempo, c’è anche lo spazio mentale adeguato per fare un’operazione mai compiuta: riaprirne lo studio di cui non si era più varcata la soglia dalla sera in cui Tonino si sentì male. Quando ci va, con la madre, lo trova com’era nel 2015, il cavalletto con due tubetti aperti e una poesia attaccata sulla libreria.

Infine, c’è ancora un conto che Calabresi deve chiudere, quello con Giorgio Pietrostefani, ex dirigente di Lotta continua e uno dei mandanti dell’omicidio del padre, il 17 maggio 1972 (quando lui aveva due anni e mezzo), beneficiario a Parigi della dottrina Mitterrand. Anche per questo capitolo, il momento è ormai maturo. Si mette in contatto con lui con discrezione, dopo aver evitato un primo incontro nel 2002 a casa di amici comuni, e vi trascorre mezz’ora. Non racconta nulla di quel che accade, ma il messaggio - aver voluto mettere un punto a una vicenda trascinatasi anni – arriva forse con più potenza.

È un libro privo di eccessi retorici, che pure sono sempre in agguato per il tema scelto. Non commuove come il primo di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là (Mondadori 2007), storia della perdita del 34enne padre e delle conseguenze drammatiche di quella perdita per la famiglia, ma coglie l’obiettivo: trasmette al lettore l’idea della resilienza, di dover alzare lo sguardo rifiutando di farsi imprigionare da quel che è successo. La mattina dopo si può ricominciare, più forti.

La mattina dopo

Mario Calabresi

Mondadori, Milano, pagg. 136, € 17

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