la fusione

Tra politica e finanza, l’incognita cinese nel capitale di Psa

Dongfeng risultava pronta a cedere la propria quota in Psa ma ora è in dubbio

di Laura Galvagni


Fca e Psa: i numeri, i marchi e i modelli dell’ipotetico mega gruppo

3' di lettura

Lo scorso agosto sembrava che i cinesi di Dongfeng fossero a un passo dal cedere la propria quota in Psa. Ora che cosa faranno? La domanda non è marginale e per due ragioni. La presenza del costruttore cinese offre delle opportunità ma allo stesso tempo può rappresentante un’incognita.

Una partita tra politica e finanza
Le opportunità sono evidentemente tutte legate al fatto che l’alleanza con una delle principali compagnie asiatiche può aprire le porte del mercato del Far East al maxi gruppo dell’auto che nascerà dalla fusione tra Fca e Psa. Le perplessità riguardano invece il passaporto di Dongfeng e il Dna per metà americano di Fiat Chrysler: un binomio che, nell’epoca dei dazi, non sempre può risultare vincente.

Ecco perchè capire il peso e il ruolo che i cinesi avranno nel futuro gruppo non è un aspetto da sottovalutare. Al momento, tuttavia, affermare con esattezza quali saranno le loro mosse può risultare complicato.

Occhi puntati sulle mosse di Dongfeng
Gli elementi noti attorno ai quali si può ragionare sono sostanzialmente tre: ora hanno il 12,23% di Psa che si trasformerà in poco più del 6% della holding che aggregherà le due compagnie; hanno sottoscritto l’accordo di standstill, e di conseguenza non acquisteranno azioni della capogruppo per i sette anni successivi al closing, ma non l’accordo di lock up, tanto che assieme a Bpifrance Participations SA (la Cdp d’Oltralpe), sono candidati a poter cedere alla famiglia Peugeot fino al 2,5% della holding.

Ora tutto ruota attorno al tipo di approccio che Dongfeng intende avere rispetto alla partecipazione diluita: la considera una quota industriale o finanziaria? Se dovessero ritenere quel pacchetto strategico è altrettanto probabile che vogliano poter vigilare sull’evoluzione della società e questo potrebbe avvenire solo con la presenza in cda.

A riguardo, secondo quanto fin qui trapelato, non è escluso che tra i cinque membri del consiglio della holding che saranno nominati dal blocco Psa non possa figurare un rappresentante di Dongfeng. Anzi, sono in molti a ritenere che questo possa essere assai probabile.

Oggi Dongfeng è presente con due uomini nel board di Psa ed è stato informato fin da subito delle trattative in corso tra la famiglia Agnelli e i Peugeot per la realizzazione del maxi accordo. Ha quindi seguito con attenzione l’intero processo e a questo punto potrebbe anche essere interessato a partecipare alla spartizione delle sinergie che matureranno nei prossimi anni, stimate in 3,7 miliardi l’anno.

Diversamente se nei prossimi messi il gruppo dovesse maturare la convinzione che la partecipazione debba essere trattata come una quota finanziaria, è plausibile che possa voler alleggerire la posizione offrendo metà del pacchetto alla famiglia Peugeot. D’altra parte è innegabile che Dongfeng abbia già abbondantemente guadagnato dall’ingresso in Psa.

Più che triplicato il valore investito
Il gruppo automobilistico cinese è entrato nella società francese in occasione dell’aumento di capitale da circa 3 miliardi di euro fatto a inizio 2014. All’epoca aveva pagato i titoli 7,5 euro mentre ieri l’azione ha chiuso poco sotto i 23 euro.

In sostanza ha più che triplicato il valore investito. Comprensibile dunque che l’agosto scorso quando Psa viaggiava attorno a 27 euro volesse monetizzare la partecipazione. Ora il quadro è leggermente mutato, c’è un nuovo potenziale upside da catturare dopo la scommessa già vinta cinque anni fa. E al timone ci sarà, peraltro, lo stesso ceo, Carlo Tavares, già artefice del primo turnaround.

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