in vetta al mondo

Tra ricordi e progetti, alla scoperta di Daniele Nardi alpinista e amico

di Dario Ricci*


Nardi sul Col di Lana durante il progetto “l'Alta Bandiera dei Diritti Umani sui sentieri della Grande Guerra”

5' di lettura

“Ma dai Daniele, davvero avete aperto una via nuova sul Gran Sasso? Ma dobbiamo farlo sapere, eh, questo è proprio un bel risultato!!”

“Ma lascia stare Dario! Ci siamo divertiti a scalare con un po' di amici: è stata una bella domenica in montagna, che ti vuoi scrivere adesso….”

Telefonate di questo tipo, non sono infrequenti, tra me e Daniele Nardi. Perché più della fama, della notorietà, delle due righe sul giornale, addirittura più del pur doveroso riconoscimento di quanto fatto, Daniele vive e ama la montagna, le sue atmosfere, quelle emozioni e sensazioni che solo roccia, ghiaccio e neve riescono a sprigionare. Ho avuto modo di rendermene conto in questi anni in cui la nostra amicizia ha prima attecchito, poi ha consolidato le radici, poi cresciuta robusta e stabile.

Amici al microfono – Un legame attorcigliatosi intorno a un microfono in uno studio di Radio24, dove Daniele era venuto a trovarmi nell'autunno del 2010. Mi aveva spedito una mail, in uno dei suoi blitz milanesi, per concordare un'intervista perché era in partenza per una spedizione himalayana, ma già allora stava maturando nei suoi occhi e nella sua mente la prima delle sue spedizioni sul Nanga Parbat. Detto fatto, appena uscito dal mio studio rilanciai subito, sempre via mail, con la proposta di raccontarla in un libro, quella spedizione, e anche la sua vita, la sua carriera, ché secondo me valeva la pena che gli appassionati conoscessero la storia di quest'alpinista nato ben al di sotto del Po e che già allora aveva un curriculum di tutto rispetto. Da quell'incontro nacquero delle pagine fresche, sincere e ingenue, quelle di In vetta al mondo, che oggi sono un sentiero prezioso per ricordare chi è Daniele e qual è la sua idea della montagna e dell'alpinismo.

Alpinista, no avventuriero – Quella spedizione che aveva presentato al microfono di Radio24, gli avrebbe garantito una delle soddisfazioni più belle della carriera: insieme all'amico Roberto delle Monache, aveva aperto sul Baghirati III una nuova via, che avevano deciso di chiamare “Il seme della follia”, e che era valso a entrambi il premio Paolo Consiglio, uno dei riconoscimenti tecnicamente più rilevanti del panorama internazionale. Poi i cinque Ottomila conquistati, e l'accreditamento al Piolet d'Or, che è l'Oscar dell'alpinismo, in seguito alle nuove vie aperte sul Farol West, in Pakistan nel 2010 (via battezzata Telegraph Road dal successo dei Dire Straits che gli rimbalzava in testa durante l'ascesa!) e sul Monte Rosa. Il tutto, spesso, tra un diffuso scetticismo, perché non è mai stato facile vedersi riconosciuto il proprio spazio per chi, come Daniele, arriva da Sezze, vicino Latina, e si autodefinisce “il primo alpinista nato sotto il Po a essere arrivato in cima all'Everest e al K2”, in un mondo tanto affascinante quanto conservativo. Insomma, un alpinista completo, il nostro Nardi, attento anche al minimo dettaglio, scrupoloso fino all'eccesso, seppur innamorato di quello ‘stile alpino', cioè lo scalare nel modo più leggero, meno invasivo, senza portatori né corde fisse, che per Daniele è l'essenza stessa del dialogo con la montagna.

A dicembre 2014, con un portachiavi di Radio24 in partenza verso il Nanga Parbat

Senso del limite – Un dialogo costante, continuo, dialettico, ma sempre rispettoso e consapevole. “Non credo che un Ottomila sia un dio pagano, di quelli che richiedono il sacrificio umano per ribadire il proprio vincolo, e in fondo il proprio dominio, sul genere umano e sul suo destino. Avere invece l'esatta percezione di questo dialogo sempre aperto ti permette di sentire sempre, nella sua concretezza fisica, direi, il limite verso il quale puoi indirizzarti, ma oltre il quale sai di non poterti spingere senza mettere a rischio la tua stessa vita”. Scriveva così, Daniele, in quelle pagine stampate nell'aprile 2013, e ripubblicate un paio d'anni dopo. E se è vero che uomini, amori, destini si intrecciano e cambiano, mai questa sua visione della montagna e del suo mestiere (ma come puoi chiamare così una passione tanto forte e spontanea?) si era modificata negli anni. La dimostrazione? Non nelle parole, ma nei fatti: basti pensare alla rinuncia di quella tanto agognata vetta del Nanga Parbat, nell'inverno 2014-15, a qualche centinaio di metri dall'obiettivo, per salvare la vita ad Alì Sadpara, l'alpinista pakistano ora impegnato nelle sue ricerche, così come quell'Alex Txikon al suo fianco in quel drammatico momento.

Ferita – Ci arriveranno in cima l'anno dopo Alì, Alex e Simone Moro (mentre Tamara Lunger sarà fermata da un malore a poco dalla cima). Non Daniele, al momento dell'impresa già ritiratosi da quelle pendici e rientrato in Italia. Eppure Sapdara e Txicon quella spedizione proprio con Daniele l'avevano iniziata. Poi dissapori, contrasti, veleni, e la rottura. Una ferita mai del tutto rimarginata, ma che aveva saputo trasformare in nuovo carburante per i suoi tanti progetti: ambasciatore dell'Alta Bandiera dei Diritti Umani (un vessillo che insieme avevamo portato sulle cime della Grande Guerra in occasione del Centenario, cui avevamo dedicato un altro libro ad hoc tra sport, storia e montagna); un progetto dedicato alla formazione (ambito in cui era molto attivo, come testimonial ricercato da aziende e gruppi di lavoro); e poi ancora la montagna, il Nanga e lo Sperone Mummery.

Prodighi e avari – Non un ossessione, quello Sperone, ma un'infatuazione alpinistica e tecnica, nel nome di quell'Albert Frederick Mummery che nel lontano 1895 aveva osato tentare di scalare il Nanga passando proprio da quel dito di roccia puntato verso la vetta, e poi verso il cielo. Ebbene, credo davvero che nessuno come Daniele conosca quello Sperone, il suo fascino, i suoi rischi e i suoi potenziali pericoli. In molti, in questi giorni, sono prodighi di puntuali analisi sulla pericolosità (mai negata da Daniele) di quel punto specifico del Nanga; avari, tuttavia, furono invece di lodi quando lo stesso Daniele, su quello stesso Sperone, toccò nel 2013 quota 6400 insieme a Elisabeth Revol (giunta poi in vetta lo scorso inverno nella tragica spedizione in cui morì Tomek Mackiewicz, con Daniele fra i più attivi nell'organizzare i soccorsi); oppure quando nel 2015 raggiunse i 6200m in solitario. Una contraddizione stridente, e ancor più dolorosa in queste ore.

Una fotografia – C'è una foto di cui Daniele va particolarmente orgoglioso, e che forse ora ha perso il primo gradino del podio tra le sue preferite solo perché scalzata da quelle che ritraggono la moglie Daniela con in braccio l'adorato Mattia, figlioletto di appena sei mesi. Siamo nei primi anni Ottanta, al lago di Carezza, vicino Bolzano, e l'obiettivo azionato da papà Agostino e mamma Concetta cattura Daniele, insieme ai fratelli Claudio e Luigi, poco più che bambini in cima a un masso alto neanche tre metri, sorrisi con pochi denti e tanta felicità, le dita in segno di vittoria sollevate verso il cielo.

Cominciava così la parabola di un uomo vero.

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