258 famiglie sradicate

Tra gli sfollati di Genova: bene Bucci commissario ma conteranno i fatti

di Andrea Ferro


Decreto Genova, dallo Stato 360 milioni a garanzia del ponte

3' di lettura

Le raffiche di tramontana sferzano la Val Polcevera e gli sfollati si coprono come possono. Giusy Moretti indossa una felpa, prestata dalla figlia che abita in un altro quartiere. «Per fortuna ha la mia stessa taglia, così avrò qualcosa da mettermi anche quando farà più freddo», dice. Tra le mille incognite che gravano su questa comunità di 258 famiglie sradicata dalle case “intrappolate” sotto quel che resta del ponte, anche vestirsi è un problema. Daniela Genco ha dovuto comprare abiti nuovi. «Giusto il minimo indispensabile, perché quando ad agosto ci hanno fatto tornare in casa, il guardaroba invernale era in cantina, non abbiamo avuto tempo di prendere altro», spiega.

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Il marito Gianni immagina già il giorno in cui li faranno tornare nelle abitazioni, a turni, giusto per un paio d'ore: «Bisognerà fare in fretta e recuperare il più possibile. Sappiamo che se nel frattempo i sensori dovessero preannunciare un crollo avremo 4 minuti per scappare, a dircelo sarà il vigile che ci scorterà, lo informeranno subito dalla radio di servizio, così ci hanno spiegato». Succederà un po' come in guerra, con l'incubo dei bombardamenti appeso al cielo.
Dal 14 agosto Daniela e Gianni Genco vivono in albergo con le due figlie, di 17 e 21 anni. «Studiano in camera con noi, anche per loro è una bella prova – racconta la donna -. Il futuro? Non riesco a vederlo».

In questo pezzo di Genova svuotato e sospeso nell'attesa e negli annunci, la nomina di Marco Bucci a commissario straordinario per la ricostruzione ha raffreddato un po' la tensione («da sindaco finora ha gestito bene l'emergenza», è il refrain unanime) che andava salendo anche in vista della manifestazione di lunedì mattina. La sensazione però è quella di una tregua. «Alla fine aspettiamo i fatti», incalza Giusy Moretti.

Ma, nel frattempo, nessuno si rassegna, nel segno del carattere della città, un po' ruvido ma pragmatico. Al mercato comunale di Certosa, semideserto da ormai un mese e mezzo, Simona Siracusa gestisce un banco del pesce. «È dura, durissima – dice -. Per me il fronte è doppio. Qui l'attività è calata tanto e abitavo in una delle case sgomberate di via Porro. Siamo ancora ospiti di mia madre, poi andremo in un'altra casa per ricominciare tutto daccapo, pian piano ce la faremo». Di fronte al banco di frutta e verdura, Enzo Depalo contabilizza: «Abbiamo perso metà dei clienti, gli sfollati e quelli di passaggio, qui ci sono banchi che stanno per chiudere».

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Tra gli sfollati alcuni sono ex ferrovieri. Pierluigi Cattoni, 68 anni, faceva il macchinista e andò ad abitare da ragazzo in via Porro. Era il 1962. «Ho visto costruire il ponte sopra le nostre teste – racconta -. E in tutti questi anni sul tetto e tra i cortili è piovuto un po' di tutto, una volta anche il carico di un tir». Con lo spirito da vecchio ferroviere ora traina un po' di ottimismo. «Dicono che lo ricostruiranno in 15 mesi? Sì, ci credo, hanno fretta di farlo, penso ci riusciranno». Appena gli consentiranno di tornare nella sua casa «la prima cosa che prenderò - annuncia con il sorriso velato di malinconia - sarà la valigia dei ricordi con le foto dei viaggi, della mia vita con mia moglie».
Virgilio Tasso, portuale in pensione, è ospite della cognata, indossa il giubbotto del fratello e, nell'attesa di poter rimettere il naso in casa, la vede grigia. «Sono sfiduciato dalle promesse, dai proclami, dalle parole – spiega -. Vorrei che si mettesse nero su bianco. E poi se troveremo una nuova casa, mai più sotto un ponte».

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