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Bologna, tra università e impresa scatta l’ora delle partnership

Luca Orlando


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(Marka)

2' di lettura

BOLOGNA - Alma Mater Studiorum. Sarà “colpa” del latino, o forse della storia quasi millenaria. Certo è che innovazione, start-up e hi-tech non sono esattamente le prime associazioni di idee che saltano alla mente pensando all'Università di Bologna.

Un errore, in realtà. Perché l'ateneo rappresenta una delle punte apicali dello sviluppo del territorio, in grado di conquistare la terza piazza assoluta in Italia per capacità di intercettare i fondi Horizon 2020, alle spalle solo del Cnr e del Politecnico di Milano. Capace di realizzare oltre 400 brevetti, di incubare 20 start-up, di dare vita ad un competence center dedicato ad Industria 4.0, di avviare nuovi corsi e partnership con le aziende. «Un indice sintetico per valutare il mio lavoro? Se devo trovare un parametro tra i tanti – spiega il rettore Francesco Ubertini – credo sia la capacità di vincere bandi per progetti di sviluppo, un modo per portare qui sul territorio risorse che guardano al futuro».

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Un futuro costruito anzitutto su collaborazioni, contaminazioni e partnership, perché mai come ora a Bologna e in Emilia-Romagna il connubio-università impresa pare funzionare come teorizzato nei libri di testo o nelle tavole rotonde, moltiplicando iniziative ed accordi su più livelli. A partire da Muner, Motor vehicle university dell’Emilia-Romagna realizzata grazie all’accordo tra gli atenei della regione e delle principali aziende del settore. Che tuttavia non esaurisce il panorama delle nuove iniziative. «Tra pochi giorni – spiega l'ad di Hpe-Coxa Andrea Bozzoli – inaugureremo insieme ad Alma Mater e con il supporto dell’università di Modena e Reggio Emilia la scuola di alta formazione in high performance engineering: se grazie a Muner troviamo ragazzi preparati, con questa scuola li formiamo ulteriormente finalizzandoli al profilo specialistico che debbono ricoprire». Percorso del resto quasi obbligato per un territorio che ha scelto di giocare la propria partita nella manifattura e nei servizi ad alto valore aggiunto, ritagliandosi spazi di portata globale nella meccanica, nell'alimentare , nell'impiantistica, nella ceramica e nei macchinari. «L’analisi del valore aggiunto – spiega il direttore delle statistiche economiche Istat Stefano Menghinello – evidenzia questa specificità del territorio: nei settori a media e alta tecnologia Bologna ed Emilia-Romagna hanno un innegabile punto di forza, visibile sia nell'analisi del valore aggiunto che nel profilo dell'export».

Upgrade delle produzioni che si traduce in un analogo innalzamento delle competenze richieste, come testimonia il percorso di Ima, leader mondiale dei macchinari per packaging, che periodicamente sottopone l’intero organico ad una sorta di check-up del know-how. «Analisi fondamentale – spiega il presidente e ad di Ima Alberto Vacchi – e precondizione per attivare piani strutturati di formazione interna e impostare collaborazioni con le università. Del resto, tenere alta la qualità del capitale umano è per noi un imperativo assoluto: nel 2010 i laureati erano il 28% del nostro organico, oggi siamo ad un livello quasi doppio».

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