CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùIl faccia a faccia Biden-Putin

Tra Usa e Russia: mancano (anche) i buoni rapporti personali tra leader

Reagan e Gorbaciov negli anni 80 scoprirono affinità e un legame anche personale irripetibili tra Biden e Putin. Ma anche il panorama geopolitico è cambiato

di Ugo Tramballi

Joe Biden, allora vicepresidente Usa, e il presidente russo Vladimir Putin in un incontro del 2011

3' di lettura

«Il presidente Gorbaciov e io scoprimmo di avere una specie di legame, un’amicizia che pensavamo potesse essere estesa ai due popoli», raccontò Ronald Reagan dopo aver lasciato la Casa Bianca. Sarebbero state più di 40 le lettere personali, gran parte delle quali scritte a mano, che il presidente sovietico e quello americano si scambiarono nel corso di questa duratura amicizia.

È difficile immaginare qualcosa di simile fra Joe Biden e Vladimir Putin. Jen Psaki, la portavoce americana, ha già fissato gli orizzonti limitati del vertice di Ginevra: «Ristabilire prevedibilità e stabilità» nelle relazioni fra i due Paesi. Qualcosa di più avrebbe del miracoloso, di meno sarebbe pericoloso. È una questione di caratteri personali diversi dai lontani predecessori, ma soprattutto di profondi contrasti pubblici e privati fra Biden e Putin. E di una geopolitica diversa. Se Reagan e Biden hanno in comune una certa empatia, è difficile immaginare due personalità politiche così diverse fra Gorbaciov e Putin: il primo era un innovatore, il secondo un restauratore determinato a non ripetere il drammatico fallimento delle riforme di Gorbaciov.

Loading...

Le profonde differenze ideologiche fra Usa e Urss in una Guerra fredda declinante ma ancora attiva, furono smussate con una formula: “We agree to disagree”. Questa constatazione, concordata nei ristretti dibattiti della Camera dei Lords del XVIII secolo, Reagan e Gorbaciov la estesero alla loro competizione globale, corsa allo spazio compresa. La diversa visione del mondo non doveva impedire alle due superpotenze di competere e quando fosse servito, di collaborare.

Riuscire ad essere d’accordo e in disaccordo era facilitato dal terreno di gioco regolamentato del mondo bipolare: Yalta aveva chiarito le sfere d’influenza e dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962, Usa e Urss non rischiarono più una guerra; nei disastri militari di Vietnam e Afghanistan, americani e sovietici ci finirono da soli; e attraverso la mutua distruzione assicurata, i monumentali arsenali nucleari erano diventati il più efficace deterrente contro la guerra.

Per quanto intrinsecamente pericoloso, esisteva un ordine che oggi non c’è più. L’inganno delle spie è sempre esistito, ma non era mai accaduto che un presidente interferisse e fosse influente sull’elezione dell’altro. Anziché produrre startup, una generazione di geni
russi della tecnologia è stata arruolata nell’esercito degli hackers per paralizzare il
sistema civile americano.

I comportamenti di Putin, forse obsoleti da vecchio agente del Kgb, sono connaturati al carattere ma a stimolarli è stato anche il più grave degli errori americani: sfruttare la vittoria nella Guerra fredda, rinunciando all’opportunità storica d’integrare la Russia. Soprattutto nel decennio di Boris Eltsin, negli anni ’90: l’allargamento della Nato, la guerra in Kosovo e i bombardamenti della Serbia che umiliarono l’orgoglio russo. Infine il trattato anti-missili balistici ABM, ripudiato nel 2002 da George Bush. Putin raccolse e interpretò il sentimento di umiliazione e rivalsa di un intero sistema di potere e dell’opinione pubblica russa.

È questo il bagaglio di caratteri, errori e ambizioni che Biden e Putin porteranno alle Eaux-Vives, una villa di lusso sulle rive del lago di Ginevra. In un luogo molto più piccolo e austero, la Hofdi House di Reykjavik, nel 1986 Gorbaciov e Reagan arrivarono a un passo dall’eliminazione degli arsenali nucleari.

Sarebbe un successo se Biden e Putin riprendessero qualche elemento di quel “we agree to disagree”, che in un’altra epoca aveva aperto un dialogo duraturo. Qualche ragione di ottimismo c’è: diventato presidente, l’americano aveva concordato con il russo di estendere il trattato Start sulla limitazione del nucleare strategico, che Donald Trump aveva lasciato decadere. Il dialogo sul controllo degli armamenti (Usa e Russia possiedono il 93% delle testate nucleari esistenti) è un obiettivo possibile, forse il solo, di questo vertice. Nel tentativo di spiegare le relazioni fra Usa e Urss, Richard Pipes, il più grande sovietologo americano, usò le parole di Decimo Laberio, contemporaneo di Cicerone: «Tratta il tuo amico come se un giorno dovesse diventare tuo nemico, e il nemico come se un giorno dovesse diventare amico».

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti