MERCATI EMERGENTI

Tracolla la lira turca. Effetto domino su banche ed euro. Erdogan: cambiate oro e dollari in lire

di Gabriele Meoni


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Il presidente Erdogan con la moglie Emine (Afp)

4' di lettura

«Se loro hanno i dollari, noi abbiamo il nostro popolo, il nostro Dio, non abbiate paura». Le parole rassicuranti di Recep Tayyp Erdogan appaiono più che mai fuori dalla realtà nel giorno in cui la lira turca, già ai minimi storici, è tracollata in apertura fino a perdere in pochi minuti il 12% sul dollaro, a quota 6,3. Un vero e proprio tonfo. La valuta ha cercato di recuperare terreno ma nel pomeriggio ha ripreso a precipitare toccando un minimo di 6,65 (fino a -16% solo oggi, -40% da inizio 2018). Situazione simile contro l’euro, che a sua volta scivola ai minimi da oltre un anno sul dollaro proprio a causa della tempesta turca.

La valuta di uno dei Paesi emergenti storicamente più instabili non è nuova a scossoni di questo tipo ma la bufera delle ultime settimane appare davvero unica per potenza e intensità. Tanto che ha travolto pure il mercato obbligazionario, con i rendimenti sui bond decennali schizzati sopra al 20%, i credit-default-swap (le polizze anti-default) volati a 400 punti base (ai massimi dal 2009) e la Borsa di Istanbul, scesa fino a -8 per cento.

Banche spagnole le più esposte
L’effetto domino si è esteso ai principali mercati europei. In forte calo Unicredit, la banca italiana che più ha investito negli anni in Turchia, ma anche di Bbva e Bnp Paribas. Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), il sistema bancario italiano è esposto per 16,9 miliardi di dollari verso la Turchia, una cifra tutto sommato gestibile. Le nostre banche vengono nettamente dopo la Spagna (il Paese più esposto con 84 miliardi di dollari), la Francia (37), la Gran Bretagna (18,8) e gli Stati Uniti (17,7), e la Germania (17,5). In totale l'esposizione delle banche internazionali verso la Turchia è pari a 264,8 miliardi di dollari.

I timori della Bce
Anche altri istituti di credito accusano il colpo. Spiccano su tutti Banco Bilbao a Madrid e Bnp Paribas a Parigi. Nel primo semestre la Turchia ha contribuito per 373 milioni di euro all’utile netto di Bbva, pari al 14% del totale, una cifra ragguardevole per l’istituto iberico. Bnp Paribas, che controlla la banca Teb, afferma di avere una esposizione alla Turchia «molto limitata», pari al 2% del totale.

La Banca centrale europea, secondo quanto riferito dal Financial Times, ha comunque drizzato le antenne e starebbe facendo verifiche sull'esposizione di alcuni istituti. Il board della vigilanza di Francoforte nelle scorse settimane ha messo sotto la lente le attività dei principali istituti europei verso la Turchia. L'indagine conferma che i gruppi bancari più esposti sono Bbva, Bnp Paribas e UniCredit. L’istituto italiano, interpellato da Il Sole 24 Ore Radiocor Plus, non ha rilasciato commenti.

L’esposizione di UniCredit
Nella semestrale di bilancio appena pubblicata la banca italiana non ignora il rischio Turchia e afferma che «sta ponendo particolare attenzione» ai rischi geopolitici nel Paese mediorientale e in Russia. «Il modello di crescita guidato dal credito - scrive - sembra aver esaurito le energie» mentre il forte aumento dei costi di raccolta hanno costretto le banche a rallentare i prestiti. In Turchia UniCredit è presente con Yapi Kredi, quarta banca privata con 788 sportelli e 53 miliardi di asset. L’istituto italiano detiene il 40,9% della banca, la stessa quota in possesso della famiglia turca Koc.

SEMPRE PIU' A FONDO

Lire turche per un dollaro

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Nel primo semestre il contributo di Yapi Kredi al conto economico di UniCredit è stato di 183 milioni di euro. Si tratta, comunica la banca, di meno del 2% dei ricavi del gruppo. UniCredit, che ha anche una piccola esposizione in titoli di Stato di Ankara (circa 165 milioni di euro), ha spiegato agli analisti che una svalutazione del 10% della lira turca avrebbe un impatto di circa 2 punti base sull'indicatore patrimoniale Cet1.

Le fragilità della Turchia
A scatenare questa ondata di vendite su lira e bond turchi concorrono diversi fattori: le debolezze strutturali dell’economia e delle imprese turche, fortemente indebitate sui mercati internazionali - il debito estero complessivo è pari al 53% del Pil turco - il ferreo controllo del presidente Erdogan sulla banca centrale, che le impedisce di agire con fermezza alzando senza esitazione i tassi di interesse - l’ultimo aumento di 125 punti base risale ai primi di giugno mentre nell’ultima riunione di fine luglio la Banca centrale li ha lasciati invariati - e da ultimo le tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti seguite alla detenzione di un pastore evangelico americano, che hanno spinto i due governi a varare sanzioni reciproche contro alcuni ministri. Il vero timore è che l’amministrazione Trump decida di imporre dazi all’import turco, un’arma che il governo americano non ha esitato a usare in questi mesi. Timori subito confermati dall’annuncio via twitter di Trump di avere «appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia mentre la sua valuta, la lira turca, scivola rapidamente contro il nostro dollaro molto forte! ». Le tariffe passano così al 20% sull’alluminio e al 50% sull’acciaio.

Erdogan nemico dell’aumento dei tassi
In un atteso discorso nella provincia orientale di Bayburt, Erdogan è tornato a battere sul tasto del patriottismo contro il presunto complotto delle lobby occidentali e delle agenzie di rating: «Chiunque abbia dollari o oro sotto il materasso, li cambi in lire. Questa è una battaglia nazionale. È questa la risposta del nostro popolo a chi ha dichiarato una guerra economica contro di noi». Nelle sue ultime uscite, come sottolineano gli analisti di Mps Capital Services, Erdogan ha «spiazzato gli operatori visto che ha accuratamente evitato di parlare di misure straordinarie in campo di politica monetaria facendo riferimento a tematiche più etiche».

Erdogan è notoriamente un nemico dell’aumento dei tassi di interesse; per lui le banche devono essere una fonte di credito a basso costo a famiglie e imprese per favorire la crescita economica. Un modello che in effetti ha portato il Pil turco a vantare tassi di crescita «alla cinese», intervallati però da periodiche e pesanti recessioni dovute all’eccesso di «leva» finanziaria. Come quella che con ogni probabilità incombe nei prossimi mesi.

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