italia maglia nera in europa per inquinamento

Traffico, agricoltura e riscaldamento a legna prime cause dello smog

di Jacopo Giliberto


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(Reuters)

7' di lettura

Si stima (ma è un dato stimato) che nel mondo ogni anno milioni di persone muoiano a causa dell’inquinamento dell’aria. Di sicuro, nel mondo 9 persone su 10 vivono in luoghi con livelli di inquinamento più alti rispetto a quelli raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sono numeri che spingono a considerare il fenomeno dell’inquinamento dell’aria come propria pandemia. Uno studio proposto dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, dall’Enea e dalle Fs delinea gli strumenti ideali per contrastare l’inquinamento atmosferico. Ma una nota positiva arriva dalla Lombardia: un’altra ricerca dice che i programmi contro le emissioni che cambiano il clima vedono la Regione italiana fra i più bravi in Europa.

Lo smog fa male alla salute
Altre stime dalla ricerca antismog. Si pensa che l’inquinamento atmosferico in Europa causi ogni anno la morte prematura di oltre 500mila persone e che abbia ha costi esterni stimati da 330 a 940 miliardi di euro, tra il 2% e il 6% del Pil comunitario.

Per quanto riguarda i due inquinanti più critici per la salute, cioè il particolato (PM10) e biossido di azoto (NO2), è in procedura di infrazione più della metà degli Stati membri, Italia compresa.
La qualità dell’aria nelle città italiane, nonostante i miglioramenti dovuti alle tecnologie, alle nuove regolamentazioni, a un mix energetico migliore e a carburanti più verdi, resta sempre critica soprattutto in alcuni luogi. Non solo il bacino padano — da Torino a Venezia — ma anche l’area metropolitana di Roma, quella di Napoli, aree ad alta insentità agricola come il Frusinate e la Puglia, e una zona interessata dalle polveri ed emissioni dell’Etna cone la costa sud est della Sicilia.

Sotto accusa anche agricoltura e riscaldamento a legna
Si pensa che in Italia l’inquinamento possa produrre 90mila morti premature e si stimano 1.500 decessi per milione di abitanti (1.116 solo a causa del particolato PM2,5). La Penisola quindi parrebbe la “maglia nera” tra i grandi paesi europei per l’inquinamento atmosferico (1.100 morti stimati in Germania, 800 in Francia e Regno unito, 600 in Spagna). I responsabili? Tutti indicano il solito traffico stradale, ma si sottovaluta il ruolo predominante di altre fonti potentissime di inquinamento, cioè l’agricoltura e il riscaldamento a biomasse legnose.

Il commento di Edo Ronchi
«Ancora oggi — ha affermato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile — l’inquinamento atmosferico rappresenta una delle principali minacce ambientali e sanitarie della nostra epoca. Per vincere la sfida della qualità dell’aria dobbiamo innovare le nostre politiche, tenendo conto delle caratteristiche dell’inquinamento attuale, degli impatti potenziali del cambiamento climatico in corso, del ruolo crescente di settori “non convenzionali” che si aggiungono ai trasporti e all’industria, come le emissioni derivanti dal comparto agricolo e dal riscaldamento residenziale in particolare delle biomasse. L’Italia, se non cambierà rotta, non centrerà i nuovi target europei al 2030 e lo sviluppo della green economy in ambito urbano, ma non solo, è la soluzione più efficace per risolvere questa situazione».

Il Dna dell’inquinamento italiano è stato studiato dal Report sulla qualità dell’aria, la ricerca realizzata dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con Enea e con la partnership delle Ferrovie dello Stato, che propone un decalogo di misure nuove e più incisive contro l’inquinamento atmosferico, soluzioni strutturali che superino le emergenze e puntino sullo sviluppo della green economy.

Il caso di successo della Lombardia
La Lombardia è l’unica regione italiana e tra le poche europee ad aver adottato una strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Una decisione che sta portando risultati importanti, come emerge dal Rapporto Lombardia 2017 relativamente al raggiungimento dell’obiettivo Sdg (Sustainable development goals) n. 13 delle Nazioni Unite per il 2030 “Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze”, per il quale la principale azione consiste nel ridurre i gas serra.

I GAS CHE SCALDANO IL CLIMA

La Lombardia fra le migliori regioni in Europa. (Regione Lombardia)

Sesta per bravura in Europa
La Lombardia, infatti, rispetto ai 21 Paesi Ue dell’Osce è sesta per minori emissioni, dopo Ungheria (6,61 tonnellate di CO2 per abitante), Portogallo (6,90), Svezia (7,19), Spagna (8,04), Francia (8,21 tonnellate di CO2 per abitante). La riduzione di emissioni di CO2 è stata merito soprattutto del settore industriale, mentre non si sono verificati significativi miglioramenti nei settori abitativo e dei trasporti che devono costituire quindi un punto di attenzione per lo sviluppo delle strategie regionali future sul clima e l’energia.

L’energia rinnovabile
Tra le misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici, fissate dagli SDG, c’è sicuramente lo sviluppo di energie rinnovabili per le quali la Lombardia mostra un trend positivo con il 24,3% di energia elettrica coperta da fonti rinnovabili nel 2013, contro una media europea del 20,9%.
Tra i risultati raggiunti sui consumi coperti da rinnovabili (in valore assoluto), vanno evidenziati i primati della Lombardia in alcuni settori come il biogas, la biomassa solida, le pompe di calore e il calore derivato, e una posizione nel solare che è seconda solo alla Puglia tra le regioni italiane (Fonte GSE 2016).

Dieci proposte antismog
Lo studio della Fondazione sviluppo sostenibile con Enea e Fs ha elaborato dieci proposte che toccano temi di carattere generale e altri di tipo più specifico relativi ai singoli settori. Ecco il decalogo.
1. Gli amministratori locali sono diventati una specie di capro espiatorio e devono essere aiutati: per questo serve una Strategia nazionale per la qualità dell’aria, che rinnovi la governance migliorando l’integrazione e centralizzando alcune responsabilità per incidere sulle politiche nazionali dei trasporti, sull’energia, sull’edilizia etc. e individuare misure strutturali ed eccezionali valide su tutto il territorio nazionale;
2. La combustione energetica è il principale responsabile dell’inquinamento atmosferico ma fino a oggi l’orientamento ambientale è stato quello di puntare a ridurre le emissioni di gas serra, anche a scapito della qualità dell’aria (come la promozione dei veicoli diesel o dell’utilizzo di combustibili legnosi in impianti inefficienti).
Le politiche energetiche, a cominciare dalla nuova Strategia Energetica Nazionale, devono invece includere una valutazione degli impatti non solo sulla CO2 ma anche sui principali inquinanti atmosferici;
3. Agire con misure straordinarie e divieti nelle città solo dopo che sono stati raggiunti livelli critici di inquinamento non consente di risolvere l’emergenza: è necessario passare a un “approccio preventivo all’emergenza” mettendo in campo le misure prima che vengano raggiunti livelli di inquinamento critico. Disponiamo oggi degli strumenti per poterlo fare ma dobbiamo puntare ancora di più su ricerca e conoscenza;
4. Un sistema di mobilità basato sull’auto di proprietà è il primo ostacolo al miglioramento della qualità dell’aria nelle città: bisogna mettere in campo interventi e soluzioni per portare il parco circolante italiano a meno di 1 vettura ogni 2 abitanti (come oggi in Francia): si può fare scoraggiandone l’uso (low emission zone, aree pedonali e ciclabili, limitazione alla sosta, etc.) e sviluppando la mobilità condivisa (trasporto su ferro, bike sharing, car sharing, integrazione con il trasporto pubblico, etc.);
5. Gli investimenti pubblici sulle infrastrutture per i trasporti seguono ancora vecchie logiche: solo il 10% va sulla mobilità urbana che invece è il primo settore su cui bisogna agire, e di questi meno della metà su modalità sostenibili: bisogna invertire questo rapporto e liberare ingenti investimenti pubblici in favore del trasporto rapido di massa, delle infrastrutture ciclo-pedonali, di sistemi di logistica intelligente;
6. Le politiche incentrate sugli standard Euro non hanno funzionato come oramai diventato di pubblico dominio dopo lo scandalo del “dieselgate”: servono nuovi strumenti fiscali, economici, regolatori per ridurre velocemente il numero dei veicoli diesel e benzina facendo crescere quelli ibridi plug-in, quelli full-electric e quelli a gas (in particolare su trasporto navale e merci) sul breve termine;
7. Il settore residenziale è il primo responsabile dell’inquinamento da particolato atmosferico e negli ultimi anni, nonostante le politiche e misure messe in campo, non ha visto migliorare in modo significativo la propria efficienza energetica: serve un cambio di passo, con strumenti e sistemi di finanziamento innovativi capaci di promuovere interventi di deep renovation intervenendo su interi edifici o gruppi di edifici esistenti e raggiungendo riduzioni dei consumi nell’ordine del 60-80%;
8. Nonostante siano spesso percepite come favorevoli all’ambiente e diano un contributo importante in termini di riduzione delle emissioni di CO2, le biomasse legnose contribuiscono in modo significativo all’inquinamento da particolato atmosferico nelle città: servono delle linee guida nazionali sull’utilizzo delle biomasse che forniscano chiare indicazioni circa le tecnologie da adottare e le modalità di utilizzo, incluse possibili interdizioni per impianti inquinanti in aree critiche;
9. L’ammoniaca è un importante precursore del particolato atmosferico e l’agricoltura è responsabile del 96% delle emissioni nazionali di questo inquinante (principalmente da fertilizzanti e allevamenti) che secondo i risultati di alcune indagini a Milano contribuisce per il 35% dell’inquinamento dal PM10: il comparto agricolo deve quindi promuovere nuovi interventi volti a ridurre l’azoto in eccesso nei terreni (ad esempio con agricoltura di precisione e copertura dei suoli), a mitigare l’impatto degli allevamenti (ad esempio attraverso mangimi speciali e la produzione di biometano) e a sviluppare l’agricoltura biologica meno impattante;
10. Nonostante i miglioramenti, l’industria è ancora il principale settore in Italia per emissioni di SOX e COVNM, che sono importanti precursori del particolato atmosferico: è possibile migliorare adottando per i grandi impianti (come impianti petrolchimici, cementifici, centrali elettriche, etc.) i limiti più stringenti previsti per le migliori tecnologie disponibili (le c.d. BAT), definendo nuovi limiti alle emissioni e istituendo un inventario delle emissioni per i piccoli impianti, promuovendo l’elettrificazione e l’utilizzo di combustibili a basso impatto ambientale in impianti ad altissima efficienza.

Quelli del Gpl contro la legna
«La decisione di puntare su uno sviluppo ecosostenibile deve anzitutto essere ispirata da motivi di carattere socio-sanitario, prima che economici: respirare un’aria pulita è nell’interesse di tutti e adottare misure strutturali che contrastino l’inquinamento atmosferico, che durante la stagione invernale affligge le nostre città e la nostra salute, deve essere una priorità», dice Francesco Franchi, presidente di Assogasliquidi, l’associazione di Federchimica che rappresenta le imprese italiane del comparto distribuzione gas liquefatti (Gpl e Gnl) per combustione e autotrazione.

Un’azione da compiere, secondo Franchi, sarebbe «puntare sul gas, in virtù delle sue proprietà ecologiche, sia per il settore della mobilità, sia per quello del riscaldamento domestico, dove forti sono le responsabilità delle biomasse nella produzione di inquinamento atmosferico».
«Anche questo Studio infatti così come quelli già realizzati, fra i quali le ricerche effettuate da Innovhub ed Enea, ha dimostrato che la quasi totalità delle emissioni di Particolato in atmosfera, nel settore domestico, è prodotto dalla combustione di biomasse. Il loro impiego — spiega Franchi — addirittura incentivato attraverso strumenti come Conto termico e detrazioni fiscali, è cresciuto del 115% negli ultimi 15 anni; con danni sia economici vista la procedura di infrazione a causa dei ripetuti sforamenti dei limiti europei alle emissioni, sia sanitari, dal momento che il particolato, insieme alle alte concentrazione di benzoapirene, produce ricoveri e problemi respiratori. Sarebbe pertanto auspicabile ridurne l’utilizzo, anzitutto attraverso una revisione degli incentivi previsti».

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