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Transizione digitale ed ecologica: ecco il futuro del made in Italy

Innovazione e sostenibilità al centro della terza giornata di lavori dedicata alle eccellenze della manifattura italiana

3' di lettura

La capacità di ripresa e resilienza delle imprese italiane nei tempi di crisi è un dato di fatto: se ne è discusso a lungo nei primi due giorni del Summit Made in Italy organizzato da Sole 24 Ore, Financial Times e Sky TG24, analizzandone le ragioni e i punti di forza. Ma per continuare a essere competitive e affrontare le difficoltà dell’attuale scenario economico e geopolitico, le aziende del made in Italy devono vincere la partita più grande, quella delle due transizioni, digitale ed ecologica.

Proprio a questi due temi – sostenibilità e innovazione – è dedicata la terza e ultima giornata del Summit, articolata su tre ppanel principali: «Transizione energetica, tecnologia e sostenibilità come leve competitive delle imprese»; «La trasformazione digitale per un made in Italy moderno e competitivo»; «Innovazione e talenti: il ruolo di istruzione, ricerca e formazione per il Paese del futuro».

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L’Europa e il price cap sul gas

Il dibattito è stato aperto da Yolanda Garcia Mezquita, membro del Directorate General for Energy della Commissione Europea, che ha affrontato il tema del price cap: «Stiamo lavorando a nuove azioni per abbassare il prezzo che paghiamo per il gas importato, garantendo comunque le forniture, e intanto stiamo intensificando i rapporti con paesi come Norvegia e Usa, soprattutto sul tema del gas naturale liquefatto. La settimana scorsa i ministri dell’Energia di quindici paesi hanno intanto discusso del price cap sul gas, le discussioni vanno avanti e presto, fra due settimane, ci sarà un nuovo summit sempre a Praga per definire un percorso di soluzioni. Voglio sottolineare che questo progetto deve essere capace sì a ridurre il livello dei prezzi all'import, ma senza mettere a rischio la sicurezza delle forniture. Il gas ci serve, non possiamo rischiare che vada altrove», ha detto.

Tecnologie al servizio della transizione green

La transizione energetica e quella digitale portano con sé lo sviluppo anche dei settori a sostegno di tali cambiamenti. come quella dei cavi, rappresentata dal gruppo Prysmian. «Nel 2022 il mercato è cresciuto del 33% , con circa 8 miliardi di euro di progetti aggiudicati e nel 2023-2024 si ritiene che il mercato aumenterà di un ulteriore 30%», ha detto Massimo Battaini, ceo del gruppo. L’inflazione persa però anche qui: «Abbiamo commesse che sigliamo oggi ma effettueremo fra 3-4 anni. È difficile per noi gestire i costi in questa situazione», ammette Battaini.

L’avanzamento e la buona riuscita del Pnrr sono fondamentali in questo contesto, come ricorda Giovanni Brianza, ceo di Edison Next, che rivolge un appello al futuro governo: «È importante che non ci sia soluzione di continuità nella messa a terra del Pnrr. Questo movimento deve continuare, soprattutto nel pubblico, per la buona riuscita di progetti in sinergia con i privati. Ma la questione chiave per il Paese è la politica industriale. dobbiamo tornare a progettare il futuro del nostro Paese».

Parlando di tecnologie, tuttavia, il gap fra i cittadini resta ancora elevato, ricorda Agostino Santoni, vice-presidente con delega al digitale di Confindustria: «Ci sono ancora 10 milioni di concittadini che non hanno alcuna connessione e 26 milioni che non hanno alcuna cognizione di base delle applicazioni. Ci sono stati molti investimenti sulle reti e sulle competenze e questo è sicuramente servito, ma occorre fare di più».

Nuove tecnologie, nuovi obiettivi e nuovi scenari richiedono però anche nuove competenze e, su questo fronte, l’Italia non è messa benissimo. I dati li fornisce Stefano Scarpetta, director for Employment Labour and Social Affairs dell’OCSE: «Tra i 25 e 64 anni solo il 20% degli italiani ha un livello di istruzione universitario. Abbiamo fatto molti progressi: dal 2000 al 2021 abbiamo il 18% in più di laureati, ma studi comparati sulle competenze a 15 anni vedono l’Italia in una posizione intermedia o sotto la media».

Il problema è anche sulla formazione continua che invece, come ricorda Stefano Cuzzilla, presidente di Fedrmanager, è fondamentale per mantenere la competitività delle imprese italiane, la maggior parte delle quali sono piccole e medie. «Una delle chiavi per uscire da questa situazione di crisi, tra guerra e pandemia, è investire sulle persone, nelle risorse umane. L’Italia deve prestare maggiore attenzione ai lavori e ai nuovi mestieri. Le competenze manageriali stanno diventando sempre più importanti per uscire dalle crisi».

Ma come si formano i talenti del domani? Come si preparano per entrare nel mondo del lavoro e possibilmente per trattenerli? «È impossibile sapere oggi quali competenze nello specifico serviranno in futuro – osserva Sabina Nuti, rettrice della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa –. Ma noi possiamo e dobbiamo fornire un metodo di studio, che poi diventerà un metodo di lavoro. Un metodo scientifico che risulta valido anche per le competenze umanistiche».

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