Equilibri europei e produzione

Transizione verde e rischi di prendere decisioni affrettate

di Maria Cristina Piovesana

(onephoto - stock.adobe.com)

4' di lettura

La sostenibilità è diventata nel tempo un concetto sempre più esteso e pervasivo, che permea ogni ambito del nostro vivere civile, pubblico e privato: dall’ambiente alla finanza, dagli investimenti ai comportamenti, dall’impresa alla famiglia, dal clima alla demografia.

Un perimetro sempre più esteso di cui, soprattutto riguardo alcune scelte e indirizzi da parte dell’Europa, si rischia di perderne il senso e gli obiettivi di fondo.

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La prima conferenza Onu sull’Ambiente nel 1972 aveva declinato la sostenibilità come condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità di realizzare i propri a quelle successive.

La definizione dell’Onu, in tutte le declinazioni che il tema ha assunto, evoca comunque due concetti: il primo riferito allo sviluppo, alla crescita e al progresso; il secondo legato al perseguimento dell’equilibrio tra generazioni, tra presente e futuro e tra territori.

Un processo, quindi. Un percorso, che il linguaggio comune, quello dei documenti politici e del quadro normativo, hanno tradotto in transizione nelle sue più diverse coniugazioni: ambientale, tecnologica e sociale.

La finalità e il valore di questo percorso sono entrati a far parte della nostra quotidianità, non solo nei comportamenti individuali, ma anche negli orientamenti e negli investimenti dell’economia e delle imprese.

Ed è proprio il sistema industriale, in particolare quello italiano, ad aver pienamente aderito a questo indirizzo, investendo in tecnologie, competenze, innovazioni di processo e prodotto, per concorrere agli obiettivi di decarbonizzazione e inclusione sociale, elementi cardine del Green New Deal.

L’industria italiana, infatti, esprime una leadership indiscussa a livello europeo nel processo di transizione ecologica, come certificano i più autorevoli rapporti nazionali ed internazionali.

Questa consapevolezza ci pone nella condizione di poter affermare che non condividiamo alcune recenti scelte di indirizzo normativo espresse dall’Europa sui tempi e sui modi per conseguire gli obiettivi di sostenibilità.

In prima istanza, se è vero che uno dei primi principi della transizione ecologica sia l’inclusione, senza che nessuno venga lasciato indietro, questo non trova riscontro nelle decisioni e negli indirizzi delle Istituzioni europee. Si tratta di scelte che non tengono conto degli impatti, sia a livello economico che sociale, a maggior ragione per i Paesi come l’Italia, in cui la produzione industriale ha una quota importante sul Pil.

Tre esempi chiariscono bene il concetto.

La direttiva che bandisce le plastiche monouso ha l’obiettivo di affrontare le emergenze ambientali, prima tra tutte la dispersione in mare della plastica, che condividiamo. Quello su cui dissentiamo sono l’approccio e il metodo perché l’Europa così facendo, rischia di cancellare con un tratto di penna intere filiere, con conseguenti ricadute a livello economico e sociale. Abbiamo invece a disposizione diversi strumenti che coniugano l’attività economica alla tutela ambientale e su questi dobbiamo puntare. Mi riferisco al potenziamento degli strumenti di contrasto alla dispersione e per la raccolta, fino al riciclo e al recupero della materia prima.

Analogo discorso vale per il settore automotive, dove la Commissione europea, senza prima aver effettuato una stima di impatto economico, sociale e finanziario, ha fissato al 2035 la deadline per il motore endotermico, escludendo le altre tecnologie che potrebbero ugualmente contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione.

In ultima analisi, il tema dell’energia, dove c’è stata una rapida accelerazione per il raggiungimento di obiettivi di decarbonizzazione, senza considerare il fabbisogno finanziario e il rischio di delocalizzazione per i settori industriali più esposti alla concorrenza internazionale. Un quadro aggravato ancora da più dalla recente impennata dei costi energetici, in cui l’Europa, non avendo adottato una politica comune e lungimirante sull’approvvigionamento e lo stoccaggio del gas - funzionale proprio alla transizione - sta esponendo la gran parte degli Stati membri alle fibrillazioni geopolitiche che provocano le tensioni sui prezzi dell’energia.

La plastica, l’automotive, e l’energia, sono solo alcuni degli ambiti in cui le posizioni espresse dall’Europa sembrano prescindere da qualsiasi considerazione di sostenibilità tecnologica, finanziaria, industriale e sociale. Anzi, arrivo a dire che si pongono in contrasto con il raggiungimento di questi obiettivi, determinando il serio rischio di minare al cuore il tessuto industriale e pregiudicare, di conseguenza, il futuro delle nuove generazioni.

Ecco perché è importante evitare strappi e accelerazioni nei tempi di realizzazione della transizione ecologica. Serve invece accompagnare le imprese in questo processo, rafforzando la disponibilità di risorse finanziarie, pubbliche e private, e garantendo la neutralità tecnologica nel raggiungimento di obiettivi green. Inoltre, occorrono adeguate politiche industriali orientate all’offerta, per rafforzare e costruire filiere produttive che siano in grado di progredire e trasformarsi in tempi e modalità tali da assicurare davvero la sostenibilità, sia a livello ambientale che sociale ed economico.

Il Parlamento nazionale e l’Europa hanno la precisa responsabilità di difendere il valore e le ragioni di sopravvivenza e sviluppo del nostro sistema industriale, così da garantire alle generazioni presenti e future un’economia viva e competitiva e, quindi, il benessere sociale.

Obiettivi che devono essere perseguiti attraverso una forte rigenerazione del capitale umano, che va dalla formazione e l’aggiornamento delle competenze, all’implementazione di strumenti di sostegno alla natalità e alla crescita demografica. Sono componenti di un mosaico che rappresenta il primo obiettivo di sostenibilità da centrare e su questo, oltre alle politiche pubbliche, le parti sociali possono svolgere un ruolo fondamentale.

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