intervista

Trapani: «Nel nostro radar i terzisti della moda per garantire una filiera trasparente»

La holding Florence, a cui partecipa anche la Italmobiliare di Pesenti, ha definito l’ultima acquisizione che porta a 4 i piccoli-medi produttori italiani d’eccellenza che lavorano per Lvmh, Chanel, Kering e Hermès

di Silvia Pieraccini

4' di lettura

Quando è stata annunciata, due mesi fa, la nascita della holding Florence ha suscitato stupore e interesse nel mondo della moda. Non solo perché ha segnato il ritorno nel lusso di Francesco Trapani, 63 anni, ex amministratore delegato di Bulgari (fino al 2011) e poi (fino al 2016) a capo della divisione Watches e Jewellery di Lvmh dopo che l’azienda di gioielli di famiglia era entrata a far parte del gruppo francese.

L’interesse per l’operazione Florence è legata anche al peso degli investitori che l’hanno promossa – un consorzio formato dalla Vam Investments guidata dallo stesso Trapani con Fondo italiano di investimento e Italmobiliare di Carlo Pesenti – e per il focus insolito: nel mirino non c’è l’acquisizione di marchi più o meno famosi, ma di piccoli-medi produttori italiani d’eccellenza che lavorano per terzi, soprattutto per i grandi brand internazionali. Finora le aziende acquisite sono tre, tutte e tre toscane, familiari e storiche: la pisana Giuntini (outerwear), l’empolese Ciemmeci Fashion (abbigliamento in pelle) e l’aretina Mely's (maglieria), produttori per Chanel, Hermès, per i marchi dei gruppi Lvmh e Kering. Ma il quarto tassello è già pronto: il 21 dicembre Florence ha firmato una lettera d’intenti per rilevare un produttore di abbigliamento in jersey.

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Presidente Trapani, perché guardate ai terzisti?

Perché facendo leva sulle loro competenze specifiche vogliamo creare una piattaforma produttiva grande, articolata e solida dal punto di vista finanziario. Il settore moda è stato bravo nel fare aziende con grande capacità creativa e realizzativa a costi competitivi, flessibili per soddisfare i capricci dei grandi marchi. Ma queste aziende produttive hanno anche dei difettucci.

Francesco Trapani

Quali difetti?

Sono aziende piccole, con una struttura finanziaria fragile, hanno un’organizzazione molto semplice e, elemento che sta diventando strategico, hanno difficoltà a garantire il pieno rispetto di tutte le regole della sostenibilità per “proteggere” la reputazione dei marchi-clienti. Marchi che invece vogliono trasparenza nella catena di fornitura.

La reputazione oggi è un valore?

Le faccio un esempio. Tempo fa una società quotata in Inghilterra che vende abbigliamento su Internet si è ritrovata con un fornitore che non pagava il salario minimo ai dipendenti. I social network l’hanno accusata di comportarsi male e hanno invitato a non comprare più i suoi prodotti. Dopo una settimana le vendite della società quotata erano scese del 50%.

Perché siete partiti dall’abbigliamento e non dalla pelletteria che di solito ha margini più alti?

Siamo partiti da aziende sane che fanno profitti. Le tre società acquisite nel 2019 hanno realizzato un fatturato di 90 milioni con 22 milioni di ebitda, quindi oltre il 25%. Ma il progetto non si ferma qui, vogliamo fare altre acquisizioni. Ieri abbiamo firmato una lettera d’intenti per un’azienda di abbigliamento in jersey e ora partirà la due diligence; poi la quinta gamba sarà il denim, prima di aprire il capitolo borse che dovrebbe essere l’altra linea di business da sviluppare. C’è grande interesse nel settore.

A che dimensioni puntate?

Nel 2020 cresceremo nonostante il Covid perché una delle aziende sta producendo mascherine e camici, solo per questa fase di emergenza. Per il resto il progetto è una combinazione di crescita organica e di crescita esterna, difficile fare previsioni.

Quali saranno le sinergie fra le tre aziende produttive?

Prima di tutto quelle commerciali: oggi ciascuna azienda ha i propri clienti, in futuro proporremo a ciascun cliente di lavorare anche con le altre aziende della piattaforma. Apriremo una sede di Florence a Milano che sarà showroom e archivio storico per dare ispirazioni agli stilisti.

Altre sinergie?

Quelle nell’operation: vogliamo portare le best practice di ciascuna azienda nei processi produttivi delle altre. Oggi si danno risposte differenti a problemi uguali. La terza sinergia è di costo: in questo momento abbiamo 28 diversi spedizionieri, possiamo razionalizzare e averne due-tre che ci faranno prezzi migliori.

Quanto avete investito finora?

L’enterprise value dell’operazione di acquisizione delle tre aziende è 170 milioni di euro.

E quanti altri soldi mettete sul piatto?

Per le nuove acquisizioni una parte sarà finanziata con equity e una parte col debito: gli investitori sono d’accordo nel continuare a far crescere Florence con aumenti di capitale.

Perché un club deal?

In realtà il progetto è stato avviato e definito da Italmobiliare, poi è scoppiato il Covid, loro si sono concentrati sulle partecipate che già detenevano e a quel punto siamo intervenuti noi con Vam Investments, un club di investitori che fa deal by deal. Carlo Pesenti era molto convinto di questo progetto ed è entrato con una quota più contenuta. Ed è entrato anche Fondo italiano.

Florence può essere l’embrione di un polo italiano del lusso?

No. Un polo del lusso deve mettere insieme brand che servono il cliente finale. Noi invece siamo un polo di attività produttive, serviamo brand che hanno livelli di prezzo differenti, facciamo b2b. Siamo partiti dall’abbigliamento, poi vedremo. Di certo non siamo interessati alla conceria, né ai tessuti o ai filati e neppure ai gioielli.

Che orizzonte temporale ha la vostra presenza nel capitale dei produttori?

L’orizzonte è quello tipico dei fondi, quattro-cinque anni. Poi bisognerà individuare l’exit. Le possibilità che vedo sono tre: se facciamo un ottimo lavoro di crescita organica e di M&A comprando varie aziende, Florence potrà diventare una piattaforma grande e articolata interessante per la quotazione; la seconda ipotesi è vendere a un fondo di private equity più grande del nostro; e la terza, più complessa, è guardare a gruppi asiatici interessati a entrare in progetti di questo genere.

Come vede il futuro del lusso italiano?

Nel lusso si rafforzeranno due grandi tendenze dei brand: riportare all’interno le produzioni per detenere il know how; e affidare le produzioni a operatori specializzati sempre più solidi e credibili. Noi vogliamo essere tra questi. In ogni caso continueremo ad essere un Paese in cui tanti brand vengono a produrre.

E quando ripartiremo dopo il Covid?

Realisticamente verso fine febbraio la domanda di nuova ospedalizzazione sarà bassa e non ci sarà più bisogno di lockdown piccoli, medi o grandi. Penso che nel primo trimestre dell’anno prossimo vedremo la fine di questa disgrazia, e questo vorrà dire ripartire.

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