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Trasformare la complessità in valore? È possibile

di Enzo Rullani

(Fotolia)

3' di lettura

La complessità – intesa come somma logica di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione – è il modo di essere che, da sempre, caratterizza il mondo reale. Al tempo stesso, essa, nei due secoli e mezzo di modernità trascorsi dalla rivoluzione industriale ad oggi, è stata la “bestia nera” che la produzione di massa ha cercato, in tutti i modi, di comprimere, regolare, controllare. Affermando e consolidando, in sua vece, la cultura degli standard e dei grandi volumi produttivi.
Oggi, con l'avvento del digitale, anche in questo campo, tutto sta cambiando. Ma c'è chi pensa che il cambiamento consista essenzialmente nello sviluppo all'ennesima potenza della stessa logica (standardizzante) adottata dalla produzione di massa. Cosicché il valore dei prodotti digitali (dispositivi, apps, dati, accessi, like ecc.) viene misurato dal numero sempre più alto delle loro replicazioni: che dove erano migliaia, ma diventano milioni, grazie al costo zero o quasi con cui i prodotti digitali possono essere riprodotti e trasferiti, a scala planetaria. Con tutto quello che ne segue: dominio dei “poteri forti” che organizzano il mercato (le piattaforme), svalorizzando e precarizzando il lavoro (on demand); controllo nascosto delle preferenze e della privacy; banalizzazione del mondo della vita e del lavoro con l'imposizione a tutti degli stessi standard.
Ma è proprio così?
In realtà il senso profondo della rivoluzione in corso è un altro. Come si afferma nella ricerca “Uomini 4.0” (realizzata da CFMT e Università di Udine), l'attenzione va spostata su un altro aspetto: l'aumento progressivo della complessità utile, che deriva dalla crescente personalizzazione dei prodotti (varietà), dalla velocità e flessibilità delle risposte (produzione on demand), dallo sviluppo delle interdipendenze (a rete) e dalle nuove possibilità che tutti i soggetti – anche di piccola scala – hanno di esplorare il nuovo, allacciando relazioni di condivisione e collaborazione tra loro, nelle nuove filiere estese e nelle comunità di senso emergenti.
La complessità insomma, nel nuovo paradigma, diventa una leva fondamentale per creare valore. Ed è grazie al digitale che oggi diventa possibile esplorarla e valorizzarla, usando a questo scopo automatismi digitali (robot, analisi di dati, learning machines) per abbattere il costo della varietà, della variabilità e dell'interdipendenza. Ma mettendo anche in campo gli uomini, con la loro intelligenza fluida, quando si tratta di andare oltre, esplorando la complessità libera al fine di renderla governabile e ordinata, grazie allo sviluppo di forme nuove di intelligenza collettiva e di condivisione di senso. Alle macchine – e alla loro efficienza tecnica – viene in questo modo riservata la gestione a basso costo della complicazione, ossia della varianza codificabile, non indeterminata, assegnando loro un ruolo complementare, e non meramente sostitutivo, rispetto a quello degli uomini.
La rivoluzione digitale contiene dunque, al suo interno, un dualismo insopprimibile, con cui dobbiamo imparare a fare i conti: da un lato, moltiplica gli standard; dall'altro, ricava valore dall'aumento della complessità utile, utilizzando sia la potenza degli automatismi digitali che la creatività dell'interazione in rete tra uomini.
Ma, volendo fare una scommessa, tra le due anime di questo dualismo, alla lunga vincerà la seconda. Per due ragioni. Prima di tutto, perché la moltiplicazione degli standard non significa progresso generale per tutti, ma crea anche emarginazione, disuguaglianze, “oscurità” che vanno gestite attivamente, usando l'intelligenza sociale e politica degli uomini per regolare la complessità risultante. In secondo luogo, perché la moltiplicazione degli standard genera fatturati e profitti che crescono rapidamente, ma, che, nel corso del tempo, altrettanto rapidamente declinano, man mano che i prezzi vengono attratti verso il costo marginale (zero) della loro replicazione. Dispositivi, dati, relazioni standard, in altre parole, nel loro ciclo di vita, finiscono progressivamente per banalizzarsi. Se si vuole evitare che si riducano a commodities di basso valore, bisogna continuamente rinnovarli, esplorando anno per anno nuove possibilità. Ma un bisogno di continua innovazione di questo genere aumenta, anche per questa via, la complessità del digitale che tocca agli uomini immaginare e gestire.
Come suggerisce il termine “Uomini 4.0”, è proprio la crescita dei livelli di complessità che conferisce un senso umanistico al mondo della vita e del lavoro immanente nel prossimo futuro.

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