Opinioni

Trasformare lo Stato e il suo ruolo per affrontare le sfide post virus

Il settore pubblico può creare e operare nei mercati a fianco delle organizzazioni produttive per contribuire a una crescita più sostenibile

di Mariana Mazzucato

(REUTERS)

3' di lettura

L’Italia che rinasce non potrà essere l’Italia di prima. Per costruire un futuro più equo e sostenibile è necessario partire dal riconoscimento che molte cose non hanno funzionato per anni. L’impoverimento del tessuto industriale, l’acuirsi delle disuguaglianze e del dualismo Nord-Sud, la stagnazione della produttività e degli investimenti, l’assenza di capacità innovativa sistemica, sono questioni che soffocano l’Italia da anni, ben prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. Per questo si pone la sfida di una strategia industriale che metta al centro il rilancio e la trasformazione del sistema produttivo e su questa base crei le condizioni per lo sviluppo sociale e politico del Paese.

Il ruolo imprenditorialedello Stato

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Lo Stato non può limitarsi ad aggiustare i danni economici provocati dalla crisi finanziaria e dall’epidemia. Esso deve dare una forma nuova ai mercati, alle organizzazioni produttive e ai rapporti sociali e di lavoro che premi la creazione di valore e la resilienza sociale e ambientale. In linea con le recenti misure adottate nei precedenti decreti (sui temi della Golden power e sulle condizionalità legate ai prestiti garantiti), andrebbe potenziata la capacità dello Stato di dare direzionalità e promuovere il coordinamento degli investimenti e delle filiere produttive individuate come strategiche.

Ciò deve essere fatto con una intelligente e consapevole logica programmatrice, che eviti la dispersione indiscriminata degli interventi e che dia coerenza ai diversi livelli di governo. Alcuni di questi interventi già approvati dal Decreto cura Italia e dal Decreto liquidità̀ vanno nella direzione giusta, ma andrebbe fatto di più, introducendo intelligenti condizionalità legate a politiche industriali green e una direzionalità strategica a livello sistemico. In Danimarca ad esempio, le imprese che hanno approfittato dell’elusione fiscale attraverso i paradisi fiscali, sono state automaticamente escluse dagli aiuti di Stato e dagli eventuali salvataggi.

La trasformazione digitalee la transizione verde

L’emergenza sanitaria ha messo in evidenza come il Paese soffra di un’arretratezza tecnologica che tende a riflettere le disuguaglianze sociali. Il tema del digital divide, ha una natura sia sociale (per esempio la possibilità per ogni studente sul territorio italiano di seguire le lezioni a distanza) sia economico-industriale, che si riflette nella difficoltà che le Pmi hanno nell’acquisizione e nell’adozione di nuove tecnologie. Questa rappresenta una delle maggiori leve da azionare per fornire al Paese infrastrutture tecnologiche e favorire l’adozione di nuove tecnologie digitali nelle filiere produttive italiane, che permettano maggiori livelli di competitività sistemica.

Per essere efficaci, tali interventi vanno ovviamente inseriti in un quadro più ampio di politica industriale per le regioni del Sud (e di alcune aree regionali del Nord) che non sono solo rimaste indietro sul fronte della rivoluzione digitale, ma hanno anche vissuto un impoverimento e una disconnessione delle filiere produttive.

L’adozione di nuove tecnologie si presenta anche come un elemento fondamentale per indirizzare in chiave “verde” il rilancio della struttura produttiva italiana. In continuità con le misure ideate dal governo nella precedente finanziaria sui temi del Green deal, la missione della transizione verde deve ispirare un modello improntato non solo al consumare diversamente, ma anche e soprattutto al produrre diversamente.

Capacità e sensodi missione pubblica

Affinché lo Stato possa portare a termine con successo i compiti di cui la crisi lo sta investendo, si rende urgente un rinnovamento delle competenze statali, la riorganizzazione delle strutture amministrative e l’acquisizione di un senso di missione da parte di chi opera nelle strutture pubbliche.

Per la realizzazione di una strategia industriale di successo, è fondamentale che vi siano strutture pubbliche dotate di effettive capacità di indirizzo. Molteplici esperienze nazionali e regionali del passato, quali le agenzie del New deal rooseveltiano, il ministero dell’Industria giapponese, le tecnocrazie dell’Iri e dell’Eni, possono fornire spunti importanti di design istituzionale. Per esempio, lo Stato italiano non può rinunciare all’opportunità di dare piena realizzazione al potenziale innovativo e sistemico che Cdp e il Mef detengono, rispetto al controllo di strategiche imprese pubbliche e agli strumenti di finanziamento paziente di lungo periodo.

È essenziale che l’Italia colga l’opportunità che questa gravosa sfida impone. Lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, può creare e operare nei mercati a fianco delle organizzazioni produttive, impostando quel cambiamento strutturale del modello economico di cui l’Italia ha, oggi più che mai, improrogabilmente bisogno.

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