crocevia strategico

Trasporto merci, passa dallo scalo il 13% del flusso nazionale

La maggior parte del traffico è in entrata verso l'Italia con una crescita dell'8,7%

di Chiara Bussi

La maggior parte del traffico è in entrata verso l'Italia con una crescita dell'8,7%


3' di lettura

La realtà, si dice, sta nei numeri. Per comprendere l’importanza strategica del porto di Trieste per gli scambi commerciali del Made in Italy (e non solo) basta guardare alle tonnellate movimentate nel 2019: circa 62 milioni (61,99 per l’esattezza), pari al 13% del flusso nazionale, che confermano lo scalo friulano al primo posto nel nostro Paese per il trasporto merci. Trieste è anche l’unica italiana (al nono posto) nella top 10 di Eurostat sui dati del 2018, che vede sul podio Rotterdam, Anversa e Amburgo.

Per la sua collocazione all’estremo nord del bacino Adriatico, lungo la direttrice del Corridoio V delle reti transeuropee, lo scalo è la via di accesso naturale privilegiata al mare di vaste aree dell’Europa centrale ed orientale. Crocevia per il Vecchio Continente, ma anche snodo per il Far East: tutte caratteristiche che non sono certo sfuggite alla tedesca Hhla, oggi primo azionista.

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Una realtà in crescita sulla spinta dell’internazionalizzazione delle imprese e del commercio mondiale sempre più interconnessi. La maggior parte del traffico (53,7 milioni) è in entrata verso il nostro Paese e ha registrato una crescita dell’8,7% dal 2015 al 2019. Secondo la fotografia scattata dall’Autorità portuale del Mare adriatico orientale, lo scorso anno sono approdati soprattutto petrolio, minerali, componenti per l’automotive, alluminio, ferro e acciaio. La provenienza? Ai primi cinque posti ci sono i porti di Russia, Turchia, Libia, Usa ed Egitto. E proprio da Alessandria d’Egitto, grazie al cosiddetto “Corridoio verde” sbarcano a Trieste patate, cipolle melograni e peperoni che poi vengono distribuiti in Italia e nel resto d’Europa.

Accelerano anche i flussi in uscita che dal 2015 al 2019 hanno messo a segno un aumento del 9%. Nel 2019 sono partite da questo scalo 8,3 milioni di tonnellate di merci. A trainare sono stati soprattutto prodotti del legno-arredo, materie plastiche, macchinari, carta e cartone, ferro e acciaio. La prima destinazione è la Turchia, seguita dalla Cina, da altri scali italiani, Egitto e Singapore, pronti ad accogliere nei loro scali prodotti e componenti del Made in Italy, ma non solo. Attraverso il porto di Trieste, infatti, passa circa un terzo dell’interscambio commerciale complessivo tra Europa e Turchia, inclusi i flussi di trasporto dei componenti dell’industria automobilistica che da Germania, Francia e Gran Bretagna vengono spediti verso gli stabilimenti di assemblaggio turchi.

La posizione geografica, del resto, offre alcuni vantaggi competitivi. Partire da Trieste significa percorrere 4-5 giorni di navigazione in meno sulle rotte tra Europa e Asia Orientale rispetto agli scali del Nord, con un notevole risparmio sui costi di nolo e carburante.

Nel novembre 2019 è stato inoltre siglato un accordo tra l’Autorità di Sistema e la cinese CCC (China Communications Construction Company) per lo sviluppo di piattaforme logistiche e portuali che accompagneranno le Pmi del Made in Italy in Cina.

Poi è arrivato il Covid, che anche qui ha avuto un impatto su arrivi e partenze delle merci. Nel primo semestre i primi sono diminuiti del 15%, mentre per le seconde il calo si è fermato all’8 per cento. Non mancano, però, i segnali incoraggianti: ad agosto rispetto allo scorso anno i volumi di prodotti da esportazione sono aumentati del 15%, con Turchia, Cina e Arabia Saudita come principali destinazioni. A salpare dal porto triestino sono stati questa volta soprattutto prodotti del legno-arredo, macchinari e materie plastiche, simboli del Made in Italy che rialza la testa.

«L’economia del mare – dice Alessandro Panaro, head of maritime &energy di Srm (Ufficio studi di Intesa Sanpalo) – ha un ruolo rilevante in Friuli Venezia Giulia. Nel 2019 l’interscambio commerciale marittimo della regione è stato di 7,2 miliardi e il 41% dell’import-export delle imprese friulane avviene per via marittima». Se il primo criterio che guida le imprese nella scelta di un porto è la qualità dei servizi offerti per facilitare le loro relazioni commerciali, qui i veri punti di forza, sottolinea Panaro, «sono il traffico intermodale in tandem con la ferrovia e un sistema logistico integrato, unico in Italia, con quattro interporti alle spalle. L’operazione messa a segno dai tedeschi, data la natura di Hhla, potrebbe rafforzare ancora il traffico di container e consentire di intercettare ulteriormente il traffico nel Mediterraneo».

La grande sfida nei prossimi anni in tutto il Paese – conclude il Presidente di Assoporti Daniele Rossi – sarà proprio l’adeguamento dei processi di logistica retroportuale, con un miglioramento dei collegamenti ferroviari e stradali, anche con l’ausilio del digitale. Il Covid ha avuto un impatto significativo anche sulle movimentazioni di merci. Nel breve termine per i porti italiani c’è un rischio di penalizzazione per gli scambi con i Paesi più vicini, ma ulteriori potenzialità per le tratte più lontane».

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