IMPRESE FAMILIARI

Tratos, i super cavi dagli Appennini al Regno Unito (ma senza Borsa)

di Simone Filippetti

(evannovostro - stock.adobe.com)

7' di lettura

La strada, costeggiata da eleganti pini marittimi, corre proprio sull'argine del Tevere, che qui è ancora un torrente impetuoso, stretto tra le montagne che lasciano solo una striscia di terra, e non ancora il biondo fiume cantato da Virgilio: lungo la Tiberina Bis, all'altezza di Pieve Santo Stefano, un vialetto porta in cima a un'altura, occupata per intero da una serie di capannoni. All'ingresso, sventola la bandiera inglese accanto a quella italiana e a quella della Ue. Ce n'è una quarta che pochissime persone, in tutta Italia, saprebbero riconoscere: ha la stessa tonalità di blu e di giallo della Ue, ma ha solo una “E” corsiva al centro. E' lo stemma della Regina Elisabetta: l'ultimo posto dove ci si aspetterebbe di trovarlo è in mezzo ai monti dell'Appennino. A issarlo è la Tratos, nome che suona anglofono ma che sta per Trafilerie Toscane: una delle tante Pmi del paese, sconosciute al grande pubblico ma gioielli di tecnologia e manifattura: 130 milioni di di euro giro d'affari, più della metà con l'export. In una remota zona dell'Italia centrale, tra i monti, la Brexit e la Ue convivono senza problemi. Dentro agli uffici, una foto incorniciata della Regina è accanto a quella del presidente Sergio Mattarella. Tecnicamente, la Tratos è in provincia di Arezzo, ma questa punta estrema che si insinua in Umbria è più vicina a Città di Castello e ha influenze romagnole, perché il confine con Cesena è anch’esso a pochi chilometri.

Dai tronchi ai cavi

Nonostante sia un minuscolo paesino, Pieve ha una storia millenaria: ai tempi dei romani si chiamava Suppetia e da qui venivano buttati nel Tevere i tronchi che arrivavano fino a Roma galleggiando. Le montagne di Pieve erano il magazzino di legname della Città Eterna: lo racconta Plinio il Vecchio e c'è da credergli perché il più grande geografo dell'impero romano aveva un'enorme tenuta proprio a Città di Castello. Duemila anni dopo, al posto dei tronchi ci sono cavi in rame: “Senza cavi, oggi il mondo torna all'età di pietra” esordisce con una frase a effetto Albano Bragagni, il presidente di Tratos. Dallo stabilimento con quattro bandiere, in uno dei posti più isolati del paese, esce tecnologia che nemmeno i grandi colossi tedeschi o giapponesi vantano. E forse non è un caso. Nel fazzoletto d'Italia attorno a Pieve, è nato il Rinascimento: un cartello stradale lungo la Tiberina Bis informa che Anghiari dista 17 chilometri e lì Leonardo dipinse uno dei suoi capolavori; ancor meno la distanza da Sansepolcro, la città di Piero della Francesca che sulla parete del palazzo del comune inventò la prospettiva in pittura dipingendo la Resurrezione di Cristo. “Running in the family” dicono gli inglesi quando c'è una ereditarietà. Il Rinascimento è stato il trionfo della logica, arrivato fino a oggi sotto altre forme. «Abbiamo voglia e inventiva» sintetizza Bragagni, perfetta incarnazione di capitalismo familiare. Che più familiare non si può: l'azienda lui, che quest'anno festeggia i 70 anni, l'ha presa in mano dal suocero. Negli anni '50 Egidio Capaccini emigrò in Argentina e quando torna, negli Anni '60, fonda le Trafilerie Toscane. Ma la svolta arriva sul finire degli anni degli anni 70: Capaccini muore all'improvviso e subentra il marito della figlia. A soli 28 anni tratta con la Unione Fiduciaria di Milano: “Per liquidare gli altri soci mi indebitai per 780 milioni di Lire”, una cifra monstre per l'epoca. Ma ne è valsa la pena: da lì è iniziata l'avventura di Bragagni. I super conduttori unici al mondo per la futura centrale nucleare in Francia del progetto Iter; i cavi delle gru del porto di Busan, in Corea del Sud; la rete di Telefonica in Spagna, nascono tutti in questo sperduto capannone, inaugurato nel 1980 e ampliato negli anni fino ad arrivare ai 50mila metri quadrati attuali. A Pieve, però, nessuno lo chiama per nome: per tutti è solo e semplicemente l'Ingegnere. Praticamente la cittadina è una succursale della Tratos tanto che per 30 anni Bragagni è stato anche il sindaco. E, altro vanto, «non abbiamo mai fatto un'ora di cassa integrazione o licenziato qualcuno». Il Piccolo Mondo Antico ha i suoi vantaggi. Nell'Italia delle grandi opere incompiute, delle infrastrutture fatiscenti, la Tratos assomiglia al calabrone del proverbio: vola pur non potendo. La fortuna è che i Tir con le bobine da 10 tonnellate l'una devono fare appena 500 metri quando escono dalla fabbrica per imboccare la E45, superstrada più dissestata d'Italia, per andare (a rilento) in tutto il mondo.

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Fanfani & Fascismo

Leggenda vuole che la strategica arteria che collega Bologna e Venezia con Roma e il Sud, attraversi l'Appennino proprio lì per volere di Amintore Fanfani, uno dei più grandi statisti della Prima Repubblica, che nella piccola Pieve Santo Stefano era nato ai primi del ‘900. «E' una bufala - taglia corto Bragagni - la superstrada passa di qui perché semplicemente perché ricalca il tracciato della Tiberina voluta da Benito Mussolini per collegare Roma e Venezia». Se però la geograficamente non pervenuta Pieve gode di ben due svincoli, lo zampino è del grande padre della Democrazia Cristiana. Sulla scia della viabilità, plasmata dall'epoca fascista, la parola che più descrive la filosofia della Tratos è autarchia: «Produciamo tutto da soli, è la scuola di Enrico Mattei, non dobbiamo dipendere da nessuno». Ogni anno importano dal Sud America 20mila tonnellate di rame: «E' il primo metallo che l'uomo ha imparato a lavorare, ma oggi, a causa dei prezzi, si utilizza anche l'acciaio» spiega Bragagni, un passato da velocista: gareggiava con Pietro Mennea e l'uomo più veloce del mondo “una volta mi prestò pure le sue scarpine per correre: le mie si erano rotte”. Tratos è la classica multinazionale tascabile anche se di multinazionale c'è solo l'export. I cervelli, a Pieve, non sono in fuga: l'azienda non ha ingegneri che arrivano dalla Silicon Valley o super manager usciti dalla Sorbona. Tutto è gestito in famiglia e i dipendenti sono tutti della zona. Delle 3mila anime che popolano il piccolo villaggio, 300 lavorano nella o è la Tratos: uno su dieci lavora per la famiglia Bragagni. Il Leonardo di Tratos, l'unica persona al mondo in grado di creare un cavo speciale per il Cern di Ginevra, quando tutti i colossi mondiali si erano ritirati perché l'impresa era troppo difficile, è un perito industriale locale: Massimo Seri. Bragagni ha una spiegazione anche per questo: “Qui si studia matematica fin dal ‘400”, dai tempi di Luca Pacioli, il frate che inventò la partita doppia, anche lui, guarda caso, nato a Sansepolcro.

Alla corte della Regina

Fossimo davvero nel Regno Unito, e non solo con le bandiere, uno come Serri, in azienda soprannominato “Scintilloni”, avrebbe già una laurea honoris causa. Ma questa è l'Italia e l'Inghilterra è lontana: però Sua Maestà è la prima tifosa dei cavi Tratos. Nel 2008 l'azienda ha aperto uno stabilimento a Knowles, periferia di Liverpool. Fu una scommessa del nipote Maurizio che per 20 milioni si compra l'ultimo produttore di cavi indipendente, rimasto con un solo dipendente e sull'orlo del fallimento. Allo zio Albano, che venti anni prima aveva messo il primo piede nel Regno Unito comprando un magazzino vicino a Sheffield, lo ha informato a cosa fatta. Dopo dodici anni, la Tratos Uk è uno dei primi fornitori di Network Rail, la ferrovie inglesi. E la regina li ha premiati con il Queen’s Award, il maggior riconoscimento per un’impresa nel Regno Unito. Oggi Maurizio è il capo della divisione britannica, che ha aperto l'azienda all'establishment politico di Westminster, è console onorario di San Marino, professore alla CAS University e frequenta Theresa May. E' stato il primo imprenditore italiano a essere ricevuto da Sua Maestà a Buckingham Palace. L'industria dei cavi, nelle due gambe della fibra ottica per internet e i super conduttori per l'energia, si divide in due grandi scuole di pensiero: “Quelli che puntano su grandi volumi e chi si specializza nei cavi ad alta innovazione”. Nel primo caso l'esempio è Prysmian, la ex Pirelli Cavi; nel secondo la Tratos. “Siamo l'unica industria di cavi che non è una costola della Pirelli e non ha manager o personale che arriva dalla Bicocca. La nostra origine è argentina“ rivendica Bragagni. Ma anche la piccola Tratos ha beneficiato dell'effetto Prysmian: il colosso milanese che capitalizza 7 miliardi di euro ha trainato tutta la filiera. Nel suo ufficio, il vice presidente Ennio Bragagni, ha fatto incorniciare il foglio di carta, di quelli che si usano nelle riunioni, dove Valerio Battista in persona, il numero uno di Prysmina, scrisse di suo pugno il contratto in cui gli vendeva delle macchine in disuso. A Pieve, però, un rottame è stato trasformato in un apparecchio all'avanguardia. Non è un caso: dentro la fabbrica funziona ancora la prima macchina disegnata da Capaccini.

Lunga vita al capitalismo familiare

Mentre spegne le candeline, l’ingegner Bragagni è ancora, un vulcano di idee e di passione per la sua creatura. Ma non parlategli di portare in Borsa la sua azienda, che pure sarebbe una candidata ideale: “Non abbiamo alcuna intenzione di quotarci a Piazza Affari: siamo troppo abituati a fare tutto da soli senza dover condividere informazioni con altri; e poi per un'aziende delle nostre dimensioni i costi fissi sarebbero spropositati” sentenzia, toccando il punto dolente della riluttanza delle Pmi al mercato. La Borsa però serve anche come modo per disinnescare la mina del passaggio generazionale, nel paese dove i padri costruiscono e i figli troppo spesso distruggono. Ma il patron ha già risolto il problema: “Le aziende familiari sono quelle che hanno resistito meglio alla pandemia. Abbiamo diviso compiti e poteri in azienda: i miei figli Elisabetta ed Ennio sono entrambi amministratori delegati; mio fratello segue lo stabilimento di Catania e mio nipote il Regno Unito.” Semplice, come la partita doppia, ma bisogna farlo. Nelle terre del Rinascimento, che hanno inventato la Grande Bellezza, è nascosto un tesoro del capitalismo familiare italiano.

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