Il processo

Trattativa Stato-mafia, Berlusconi non risponde alle domande dei giudici. Di Maio: «Senza parole»

L’ex premier ascoltato in qualità di testimone al processo in corso alla Corte d’Assise d’Appello di Palermo. La decisione è stata presa dopo aver sentito i suoi legali, gli avvocati Coppi e Ghedini


Trattativa Stato-Mafia. Il silenzio di Berlusconi

2' di lettura

Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita, Marcello Dell’Utri. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro e potere. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

All’udienza il Cavaliere è rimasto solo qualche minuto, chiedendo anche di non essere ripreso. Il tempo di dire alla Corte d’Assise d’Appello che non avrebbe risposto. Una scelta dei suoi legali, gli avvocati Coppi e Ghedini, entrambi in aula, probabilmente dettata dal timore che all’ex premier fossero fatte domande «scomode», anche perché indagato a Firenze nel procedimento sulle stragi del ’93.

Il timore che fossero affrontati temi delicati - dalla conoscenza dei rapporti tra Cosa nostra e Dell’Utri, alle tante vicende giudiziarie che l’hanno visto protagonista e che sarebbero potute saltar fuori nel tentativo dell’accusa di minare la sua credibilità come teste - lo hanno indotto al silenzio. Anche se in fondo avrebbe dovuto dire “soltanto” di non essere mai stato minacciato dalla mafia tramite l’ex manager di Publitalia, “messaggero”, secondo l’accusa, dell’intimidazione mafiosa mentre era capo del governo.

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Per i giudici di primo grado, che hanno condannato Dell’Utri a 12 anni per minaccia a Corpo politico dello Stato, l’ex senatore azzurro avrebbe «informato Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo il premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato (Modifiche al codice di procedura penale in tema di semplificazione dei procedimenti, di misure cautelari e di diritto di difesa, ndr) e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori».

L’ex parlamentare - ritiene l’accusa - sarebbe stato la cinghia di trasmissione tra la mafia e il capo del governo, condizionandone l’azione nella lotta ai clan. L’ex premier disse a ridosso della sentenza di primo grado che era tutto falso, aggiungendo che da presidente del Consiglio varò importanti misure contro la mafia come la stabilizzazione del carcere duro per i mafiosi.

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