Vinitaly-Nomisma

Tre italiani su 4 pronti a tornare al ristorante come prima del lockdown

Secondo un’indagine wine monitor, solo il 23% dei consumatori ridurrà le proprie cene fuori casa. E consumi di vino, che valgono 6,5 miliardi.

di Giorgio dell'Orefice

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Il 10% degli italiani dichiara che alla fine del lockdown spenderà di più per gli acquisti fuori casa

Secondo un’indagine wine monitor, solo il 23% dei consumatori ridurrà le proprie cene fuori casa. E consumi di vino, che valgono 6,5 miliardi.


2' di lettura

La voglia di normalità e di un calice di vino in compagnia degli italiani è più forte del distanziamento sociale e delle pareti di plexiglas: ben il 58% degli italiani (su un campione di mille consumatori di vino) ha infatti sostenuto che tornerà al ristorante esattamente come prima del lockdown e solo il 23% ridurrà le proprie cene fuori casa. È quanto è emerso da un’indagine di Vinitaly-Nomisma Wine Monitor diffusa in vista della riapertura dei ristoranti prevista per il 18 maggio.

Un messaggio molto positivo quindi in particolare per il settore del vino italiano che realizza attraverso il canale dell’horeca (bar, ristoranti e hotel) un giro d’affari annuo di circa 6,5 miliardi di euro.

Appena più di un quinto dei consumatori quindi si dice frenato dalle nuove regole di sicurezza, si tratta in particolare di donne, del Sud e che hanno purtroppo registrato in queste settimane di pandemia problemi sul lavoro.
Per una larga maggioranza non invece cambierà nulla rispetto al passato mentre non mancherà una quota di revenge spending (ovvero “spesa della vendetta”) in particolare per il vino: infatti ben il 10% dei consumatori ha sostenuto che spenderà di più di prima per gli acquisti fuori casa, valore che sale al 15% per la categoria dei Millennials (ovvero i consumatori di età compresa tra i 25 e i 40 anni).

«Il ruolo della ristorazione e gli effetti del lockdown sulle vendite di vino in Italia e all’estero – ha spiegato il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini – emergono con chiarezza dai dati dalle giacenze a fine aprile di quest’anno, in particolare per alcune denominazioni particolarmente esposte con il canale della ristorazione. Si va infatti dal +9% dei volumi in giacenza del Montefalco Sagrantino e del Nobile di Montepulciano al +8% del Chianti Classico, dal +16% della Falanghina al +24% del Soave. Ma il danno inferto dalla chiusura non è solo prerogativa dei vini di fascia premium: si pensi al +36% in giacenza di Castelli Romani o al +22% di Frascati, vini tipicamente somministrati dalle trattorie della Capitale, non solo rimaste chiuse ma purtroppo anche a corto di avventori stranieri».

In Italia, rileva l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor circa un terzo dei consumatori beve prevalentemente fuori casa (42% sono Millennials), con un valore che incide per il 45% sul totale delle vendite in Italia (14,3 miliardi di euro nel 2018). Il prezzo medio alla bottiglia è di 15,4 euro, mentre al calice la spesa è di 5,7 euro.

«La nostra speranza – ha commentato il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani – è che le cantine che sono partner dell’horeca e tra i più penalizzati dall’emergenza possano presto ripartire. Vino, accoglienza e ristorazione rappresentano il primo fattore distintivo del nostro Paese nel mondo, e trovano in Vinitaly il luogo di incontro per eccellenza, con una media di 18mila buyer italiani dell’horeca, dei quali 2/3 legati alla ristorazione».

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