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Tre modi diversi di sbagliare una patrimoniale

di Alessandro Penati


Def, Conte: «Niente patrimoniale ed eviteremo l’aumento dell’Iva»

3' di lettura

Quando ci sono manovre “lacrime e sangue” in vista e un clima politico da campagna elettorale, puntualmente rispunta la “patrimoniale”. Una parola che fa spavento, soprattutto perché quasi mai si chiarisce in che cosa dovrebbe consistere esattamente. Ecco tre possibili declinazioni.

1 . Patrimoniale alla “tedesca”. Alcune istituzioni tedesche (e non solo) propugnano un prelievo straordinario una tantum sulla ricchezza degli italiani, destinato all’abbattimento immediato del debito pubblico. Per ridurre in un sol colpo il debito dal 133% del Pil al 105%, media di Portogallo, Spagna e Francia, ci vorrebbe una patrimoniale da quasi 500 miliardi: il 5,2% della ricchezza complessiva delle famiglie (9.600 miliardi di cui abitazioni per 5.250). Lo spread italiano potrebbe scendere di 200 punti, innescando un circolo virtuoso che renderebbe il debito sostenibile. La discesa dello spread aumenterebbe il valore dei nostri titoli di Stato di circa 280 miliardi. Ma poiché i risparmiatori italiani ne detengono solo il 29%, oltre 200 miliardi di guadagni in conto capitale andrebbero a investitori stranieri, Bce e banche italiane. Questa patrimoniale consisterebbe dunque in un massiccio trasferimento di ricchezza dagli italiani a banche e soggetti stranieri. Oltre a deprimere in modo devastante consumi e investimenti e provocare crisi di liquidità indotte dalla necessità di vendite forzate per pagare la patrimoniale. Sarebbe un disastro per noi e un bel vantaggio per gli stranieri: una soluzione perfino peggiore di una ristrutturazione del debito pubblico.

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2. Patrimoniale “alla Monti”. È un’imposta ricorrente sui patrimoni sul modello della Impôt sur la fortune francese. Deleteria se aumentasse la pressione fiscale complessiva, già troppo elevata. Un suo utilizzo che sembrerebbe mettere d’accordo sindacati e imprenditori è la defiscalizzazione dei contributi sociali. Una parte della politica, poi, la venderebbe come tassa di solidarietà che colpisce i rentier a favore dei lavoratori. Se per esempio si volesse ridurre la contribuzione dal 36% al 30% del costo del lavoro, servirebbe una patrimoniale da 39 miliardi l’anno (oltre a quanto già si paga sulla custodia titoli e sulle case), ovvero una tassa dello 0,40% su attività finanziarie e immobili. Se sindacati e imprenditori paiono favorevoli è perché c’è un equivoco di fondo: a chi andrebbero i benefici dei minori contributi? In aumenti salariali per gli uni, in minore costo del lavoro (maggiori margini) per gli altri. In qualunque caso la patrimoniale sarebbe una mera redistribuzione del reddito, per lo più inefficiente, e in quanto tale non servirebbe per la crescita e l’occupazione perché non farebbe aumentare la produttività del lavoro - vero problema del Paese - che, secondo le elaborazioni di Ts Lombard su dati Ocse, è diminuita del 3,5% negli ultimi 20 anni, a fronte di un aumento medio del 15% negli altri Paesi europei.

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3. Patrimoniale “all’americana”. Negli Usa, come altrove, gli enti locali sono finanziati in modo efficiente da un’imposta patrimoniale sugli immobili residenziali, che costituiscono una base imponibile strettamente legata a un territorio, il cui valore dipende anche dalla qualità della vita e dei servizi pubblici. Per coprire interamente le spese correnti dei Comuni italiani, senza altre imposte o trasferimenti dallo Stato, ci vorrebbe un’unica imposta da circa 60 miliardi che accorpi Imu, Tasi, rendita in Ire, e tassa rifiuti (oggi ne valgono 36), con un’aliquota dell’1,1% sul valore delle abitazioni residenziali (è l’aliquota media negli Usa). Ma ci vorrebbero un federalismo fiscale che cozza con il nostro centralismo, e un catasto basato su valori di mercato, che nessuno vuole veramente.

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