Festival di Cannes

«Tre piani» di Nanni Moretti, un carosello di emozioni duro e toccante

Notevolissimo anche «Drive My Car» di Ryusuke Hamaguchi

di Andrea Chimento

Nanni Moretti e Margherita Buy in «Tre piani»

3' di lettura

Il giorno di Nanni Moretti è finalmente arrivato: al Festival di Cannes è stato presentato l'unico film italiano in concorso, «Tre piani».
Protagoniste sono tre famiglie, che abitano in un edificio borghese, dove la quiete regna sovrana, almeno in apparenza. Dietro a quelle porte, infatti, la vita dei condomini non è di certo tranquilla: in ogni appartamento sono parecchi i problemi famigliari e le esistenze dei vari inquilini finiranno inevitabilmente per scontrarsi.

Tratto dall'omonimo romanzo di Eshkol Nievo, il tredicesimo film di finzione di Moretti è anche il primo della sua carriera a non nascere da un suo soggetto originale.Trasportando le vicende del testo di partenza da Tel Aviv all'Italia, il regista classe 1953 ha però ripensato la narrazione, pur rimanendo fedele allo spirito del romanzo.

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Un film profondo e psicanalitico

Come spesso nel cinema di Nanni Moretti, il versante psicanalitico è fondamentale, tanto che i tre piani a cui fa riferimento il titolo si possono interpretare come i tre livelli nei quali Freud ha diviso l'apparato psichico di ogni persona: l'Es, l'Io e il Super Io.Con una maturità stilistica sempre più evidente, Moretti firma un lungometraggio profondo e potentissimo, chiaro nell'esposizione eppure stratificato nei messaggi proposti.Si tratta di una vera e propria lezione di regia, tecnicamente (quasi) impeccabile e dotata di una grande forza emotiva, in un carosello di momenti commoventi che, fatta eccezione per qualche passaggio più superficiale, parlano di relazioni umane, rapporti genitori-figli, vita, morte, addii e desideri di ricominciare.

Un film durissimo e doloroso che in qualche modo sembra anche parlare del nostro presente post-pandemia.Tra le pellicole più significative viste fino a oggi a Cannes, «Tre piani» merita un posto nel palmarès finale.

Nel cast, oltre allo stesso Moretti, ci sono, tra gli altri, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini e Margherita Buy. Il film uscirà nelle sale italiane a fine settembre.

Drive My Car

Drive My Car

In concorso è stato presentato anche il film giapponese «Drive My Car» di Ryusuke Hamaguchi, tratto da un racconto di Haruki Murakami. Protagonista è un attore e direttore teatrale, la cui moglie muore improvvisamente portando con sé un segreto: alcuni anni dopo, durante un viaggio di lavoro, l'uomo, non ancora ripresosi dalla perdita, si troverà a confrontarsi con una ragazza sul mistero attorno a quella scomparsa.Reduce da «Wheel of Fortune and Fantasy», presentato all'ultimo Festival di Berlino, Hamaguchi torna dietro la macchina da presa con una pellicola del tutto coerente col suo cinema precedente, composta da inquadrature semplici e incentrata soprattutto sulla parola e su come ogni azione possa influenzare le nostre esistenze.

Vetta assoluta della filmografia di Hamaguchi, «Drive My Car» è un prodotto scritto magnificamente, girato con grande cura e valorizzato dall'ottima prova degli interpreti.Fin dalla prima, elegantissima sequenza, il film dimostra la sua forza visiva, riesce a coinvolgere e toccare corde profondissime.Non solo tra i titoli più forti del concorso di Cannes, ma tra i migliori visti sul grande schermo negli ultimi tempi.

Flag Day

Da premiare.

Flag Day

Del tutto inadeguato e ai limiti dell'impresentabile in un concorso di questo tipo è, invece, «Flag Day», nuovo lungometraggio di Sean Penn.Tratto dal libro di memorie «Flim-Flam Man: The True Story Of My Father’s Counterfeit Life» (2005) di Jennifer Vogel, racconta la vera storia di un rapporto complesso tra un padre e una figlia, interpretati da Sean Penn e dalla sua vera figlia Dylan.Nella figura del protagonista, un uomo dalla doppia vita che cerca di sopravvivere andando ben oltre i limiti imposti dalla legge, sta tutta la superficialità con cui Penn ha approcciato a questa operazione: la sua recitazione è sopra le righe, il personaggio scritto grossolanamente e, come se non bastasse, il film è girato male, tanto da non azzeccare mai i tempi di montaggio.Pessimo, anche se forse lievemente superiore al precedente di Sean Penn, «Il tuo ultimo sguardo», presentato (e accolto tra i fischi dalla stampa) sempre sulla Croisette nel 2016.

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