L’aumento dell’Iva, opinioni a confronto

Interventi

Tre ragioni per una riforma fiscale a tutto campo

di Mauro Marè e Salvatore Padula


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(AdobeStock)

4' di lettura

L’economia è profondamente cambiata, è sempre più digitale, le basi imponibili stanno diventando in parte immateriali e di conseguenza i sistemi di tassazione dovranno cambiare in linea con questa situazione. L’avvio della web tax in Italia e l’intenzione di farlo in alcuni Paesi europei, riflettono chiaramente questi sviluppi. Quindi gli schemi tradizionali di analisi vanno adeguati e dove necessario cambiati.

La tendenza alla riduzione della progressività, già chiara negli ultimi decenni, o quella di un minor utilizzo delle imposte personali hanno avuto una decisa accelerazione, con il diffondersi delle piattaforme multisided. Le società che operano sul web riescono spesso ad aggirare qualsiasi forma di imposizione; e quindi sarà già molto se si riuscirà a tassarle con un prelievo proporzionale. La proposta della Commissione europea per un prelievo sul valore dei ricavi delle transazioni digitali - non più sui profitti - e la diffusione di forme di tassazione delle transazioni, con imposte reali, non più personali, può piacere o meno, ma è nella logica delle cose. E si possono immaginare in futuro forme di imposte sui dati o una bit tax.

Vi sono perciò molte ragioni, alquanto evidenti, per ritenere ormai appropriata una profonda riforma del sistema fiscale italiano. È questo l’approccio da cui partire se si vuole analizzare l’eventuale aumento delle aliquote Iva. Esso solleva essenzialmente tre aspetti che vanno affrontati serenamente, abbandonando antichi tabù e miti tributari.

Il primo è ovviamente quello degli effetti economici che un aumento delle aliquote Iva dal 10 al 13% e dal 22 al 25,2% (e poi al 26,5) potrebbe avere. Nelle analisi che sono circolate, si parla di questi effetti, in primis, di quelli sulla domanda, sul Pil, sull’inflazione e sull’equità, senza considerare che questi effetti dipendono in maniera rilevante dall’utilizzo eventuale delle somme ricavate dal maggiore gettito Iva - oltre 50 miliardi in due anni. Se questa somma, oltre che a coprire i saldi di bilancio e le misure di spesa appena varate, venisse utilizzata per realizzare una riduzione del cuneo contributivo significativa, equivarrebbe di fatto a una svalutazione fiscale, con effetti ovvi sulle esportazioni e la crescita del reddito. L’Iva infatti, come è noto, applica il principio di destinazione che equivale a un sussidio alle esportazioni e a una tassa sulle importazioni.

Se si guardano i dati della Commissione europea sul rapporto annuale sui sistemi fiscali, si può vedere che questa svalutazione fiscale è stata realizzata, già da molti anni, da diversi Paesi, in particolare quelli dell’Est Europa, che hanno spostato con forza il prelievo dalla tassazione dei redditi personali e delle società alla tassazione sui consumi e i patrimoni. Molti Paesi applicano già un’aliquota unica e in alcuni casi alquanto elevata (il 25 e anche il 27%); le voci che sono sottoposte ad aliquote ridotte o agevolate sono decisamente diminuite, con uno spostamento verso aliquote uniformi standard - anche se il prelievo sulle altre basi imponibili è meno oneroso in questi Paesi. Per cui l’aliquota effettiva Iva dipende non solo dalle aliquote nominali, ma da come i diversi beni e servizi sono distribuiti tra le diverse aliquote - e l’Italia non è tra i Paesi con il carico più elevato, anzi, presenta per varie ragioni, l’incidenza finale più bassa sui consumi tra i 28 Paesi europei.

Il secondo aspetto è prettamente politico. Un ministro dell’Economia mi disse molti anni fa che la decisione di aumentare l’Iva avrebbe accresciuto e di molto la probabilità di perdere le elezioni e che per questo andava in linea di principio rifiutata se non come extrema ratio. Ciò è probabilmente vero ma rischiare di portare la finanza pubblica a condizioni di forte disagio, con aumento dei tassi di interesse, del disavanzo e del debito pubblico, non so di quanto aumenti la chance di essere rieletti. Sul piano della political economy, va ovviamente aggiunto, che all’aumento dell’Iva sono contrari professionisti, piccole imprese e commercianti, che indubbiamente esprimono una parte decisiva dell’economia italiana e una fetta importante dell’elettorato. Quindi è indubbio che la decisione di rivedere le aliquote non possa prescindere da questo aspetto. Condizioni di bassa crescita economica come l’attuale potrebbero rendere la traslazione in avanti sui consumatori imperfetta, per evitare effetti sulla domanda e sui consumi molto accentuati. La manovra avrebbe inoltre, senza interventi compensativi specifici, effetti regressivi. Vi sarebbe, infine, anche la questione che un aumento così deciso potrebbe aumentare la dimensione dell’evasione Iva, che è molto diffusa in alcuni settori economici e distretti territoriali.

Terzo aspetto è quello appunto della valutazione della riforma dell’Iva sul piano di una riforma fiscale più complessiva. È ormai assodato che una tassazione omogenea e uniforme sui consumi tende a essere meno distorsiva e non necessariamente più regressiva della situazione attuale - dove si tassano molto le persone e le imprese. Ma a parte questo, la vera questione è valutare quali potrebbero essere le misure per annullare l’aumento dell’Iva: è tutto da dimostrare che esse sarebbero meno recessive e meno dannose per l’economia italiana. Una manovra con l’Iva potrebbe in fin dei conti ridurre il prelievo sul lavoro e le imprese e stimolare la crescita economica.

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