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Tregua fiscale, ecco le ipotesi: dalle cartelle agli avvisi bonari con sanzioni ridotte

Alle ultime limature il pacchetto di misure per tendere la mano ai contribuenti e reperire risorse per il taglio delle tasse e gli aiuti a famiglie e imprese

Governo, il discorso di Meloni: tregua fiscale e presidenzialismo

3' di lettura

A pochi giorni dal Consiglio dei ministri che dovrà dare il via libera alla legge di bilancio per il 2023, è alle ultime limature il capitolo che prende il nome di «tregua fiscale». Un mosaico di interventi dal duplice obiettivo: tendere la mano ai contribuenti e recuperare quante più risorse da destinare al taglio delle tasse e agli aiuti per famiglie e imprese contro il caro bollette.

Via le pendenze per le cartelle sotto i mille euro

Le maggiori aspettative, anche per l’ampiezza delle platee interessate, riguardano le misure sulla riscossione. La strada immaginata per le cartelle esattoriali dovrebbe riguardare innanzitutto (si veda Il Sole 24 Ore del 16 novembre) i debiti iscritti a ruolo per importi fino a mille euro, per i quali si studia la cancellazione totale delle pendenze, in un ambito temporale esteso ai carichi affidati all’agente della riscossione fino al 2015. Non si tratterebbe di «fare condoni o sconti», ha precisato il viceministro all’Economia con delega alle Finanze, Maurizio Leo, ma di rispondere all’esigenza di eliminare le partite per cui «gli oneri di riscossione sono più elevati» rispetto agli introiti per le casse dello Stato e degli enti locali.

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Lo stralcio varrà per il singolo carico affidato all’agente di riscossione

Nelle intenzioni del Governo, lo stralcio varrà per i singoli carichi affidati all’agente della riscossione. Per fare un esempio, in presenza di una cartella da 1.300 euro composta da 800 euro di mancati versamenti Iva, 300 Ires e 300 Irpef, potranno essere stralciati tutti i debiti.

Simil rottamazione per gli importi maggiori

Per i debiti iscritti a ruolo sopra i mille euro, il meccanismo allo studio è invece simile alle ultime rottamazioni: l’imposta si pagherebbe per intero, con lo sconto della componente sanzioni e interessi che si potrebbe saldare sotto forma di un forfait del 5 per cento. E anche qui i versamenti potrebbero essere dilazionati in cinque anni. Sembra al contrario tramontata per problemi di copertura la possibilità, valutata nelle scorse settimane, di una riproposizione, con le dovute correzioni, del “saldo e stralcio” per i debiti tra i mille e i 3mila euro, con il pagamento a forfait del 50% comprensivo di imposte, sanzioni e interessi, e la facoltà di saldare tutto a rate in un arco temporale di cinque anni.

Avvisi bonari, sanzioni ridotte per la sanatoria

La tregua fiscale non dovrebbe riguardare soltanto le cartelle. Nelle intenzioni dell’esecutivo, infatti, prevenire è meglio che curare. Per questa ragione è al vaglio del Mef la possibilità, per le annualità 2019 e 2020, di una riduzione drastica delle sanzioni dopo gli avvisi bonari inviati dall’agenzia delle Entrate, applicando penalità amministrative del 5%, e concedendo due anni di tempo per scaglionare il pagamento. Il biennio scelto non è causale: il 2020 è l’anno spartiacque a causa della pandemia, che ha visto le difficoltà maggiori da parte di famiglie, imprese e lavoratori autonomi nel rispettare le scadenze per i versamenti.

Aiuti anche per gli impegni relativi al 2022

Il governo potrebbe addirittura andare oltre e andare incontro a chi non è riuscito a pagare il dovuto nel 2022, consentendo l’azzeramento delle sanzioni e il versamento dell’importo dilazionato in un certo lasso temporale. Potrebbe essere l’antipasto di una futura riforma fiscale da mettere in cantiere a partire dal 2023, che potrebbe insistere proprio sul tema delle sanzioni e sulle duplicazioni che finiscono per vessare chi incappa nei controlli.

Capitali, saltata nuova voluntary sul modello del 2015

Saltata del tutto, invece, dopo il confronto di ieri nella maggioranza, l’ipotesi di inserire nella manovra una riedizione della voluntary disclosure introdotta per il 2015-2017 per favorire l’emersione dei capitali non dichiarati detenuti all’estero. Lo schema su cui si ragionava prevedeva, dunque, non uno scudo fiscale (una chiusura del conto con un importo forfetario), ma un’autodichiarazione alle Entrate seguita da un avviso di accertamento, solo con un forte sconto sulle sanzioni. Con questo sistema, nel triennio dei governi Renzi-Gentiloni si riuscì a far emergere 60 miliardi tra attività finanziarie e immobiliari prima sconosciute all’Erario, con un rimpatrio pari a 15 miliardi.

Lo stop su ogni forma di scudo penale

Nonostante la necessità di recuperare liquidità, la partita è stata accantonata, per consentire una riflessione più ampia. «Nessun condono di carattere penale troverà posto nella manovra», ha comunque chiarito il 17 novembre una nota del ministero dell’Economia. Significa che con l’autodenuncia il contribuente che evade avrebbe avuto semmai il beneficio di poter regolarizzare la sua posizione e di pagare multe ridotte, ma non avrebbe evitato le eventuali conseguenze penali del suo comportamento.

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